Genitori in gabbia

Notizia di questi giorni, l’atto dell’Amministrazione Trump nei confronti dei migranti latinoamericani. Tenere i bambini sul suolo americano, temporaneamente rinchiusi in gabbie, separandoli dai propri genitori.

Ora, posto che quasi non riesco a commentare e a immaginare come si possa addivenire a una tale aberrazione, e mentre mi domando se le possibilità di intervento della comunità internazionale si debba limitare a una dissociazione morale da questo tipo di azioni, la mia solidarietà in questo momento va ovviamente a quei piccoli cuccioli d’uomo spaventati ma, e vi prego di scusarmi, va ancora di più ai loro genitori.

Se si fosse cercato di progettare una forma di tortura più atroce, una tortura da tempi moderni, mi viene da dire, ebbene credo che questa lo sia. Domenica sera ho lasciato Emma dai nonni e dagli zii, in un ambiente pieno d’amore e di cura, con le cuginette a giocare e divertirsi, in campagna. Ebbene, un atto così familiare, così tranquillo, così safe, mi provoca una malinconia e un senso di preoccupazione costante che non vi sto a dire: avrà mangiato, avrà dormito, sentirà nostalgia? Sarà serena?

Ora. Provate per un solo istante a mettervi nei panni di quelle mamme e di quei papà che i bambini se li sono visti portare via. Che non sanno esattamente dove siano e con chi, e che cosa eventualmente stiano subendo. Che hanno la certezza matematica di un figlio in lacrime che vuole mamma e papà perché ha paura, perché non capisce cosa stia accadendo. Provateci, se ci riuscite. Perché io non ci riesco veramente, per fortuna. Non ci riesco perché grazie al cielo non sono nella condizione di provare quella sensazione e, non provandola, va oltre le mie capacità di empatia. È qualcosa di troppo per me.

Forse è questo il punto. Non siamo più in grado di provare empatia per un altro essere umano. Non vuoi i migranti sul tuo territorio? Mi fai schifo abbastanza, perché non sei in grado di gestire flussi che sono sempre esistiti e con cui dovremo imparare a convivere. Ma separare un bambino dalla sua mamma o dal suo papà, da un lato e dall’altro di un confine questo no, questa non è politica. Questo è orrore.

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Il medico può mentire alla madre

Notizia di ieri: “Siamo a un passo dall’eliminazione dell’aborto in Texas“.

In buona sostanza, dopo che l’aborto in questo Stato era consentito solo entro le 20 settimane di gestazione, oggi può essere eseguito entro i 90 giorni della gravidanza. Già pazzesco di per sé, ma non è tutto. La legge solleva il medico curante da qualunque responsabilità legale nel caso scelga di mentire alla madre in relazione ad eventuali malformazioni o criticità sul piano della salute del feto.

Ora, da madre non è che accolga l’aborto con leggerezza. Ma lo considero un diritto sacrosanto (senza nessuna accezione religiosa della parola sacro). Ci sono innumerevoli situazioni in cui l’aborto è una scelta salvifica, paradossalmente anche per il bambino che non verrà al mondo oltre che per sua madre e suo padre quando presente. Mi sembra del tutto medievale un Paese che consente di appropriarsi della vita di due persone, madre e figlio, decidendo per loro il futuro. Decidendo i loro sentimenti. Stabilendo se e come e quale vita saranno costretti a vivere.

Mentre aspettavo Emma, nonostante non fosse obbligatoria o gratuita e la mia età mi consentisse esami meno invasivi, ho deciso di sottopormi ad amniocentesi. La mia situazione familiare era perfetta, stabile, serena. La nostra era una bimba (anche se ancora non sapevamo che fosse una femmina) desiderata e cercata e tutto era nella perfetta normalità di una coppia che si accinge ad accogliere un bambino. Ma io ho voluto fare l’amniocentesi, consapevole del fatto che avesse dei rischi. Perché? Perché volevo sapere. Volevo sapere tutto di quell’esserino che cresceva dentro di me. Volevo sapere se stava bene, volevo sapere di che sesso fosse, volevo essere sicura che fosse tutto a posto.

Oggi, con il senno di poi e ringraziando non so quale fortuna che mi ha messa al riparo da decisioni che mai mi vorrei trovare a dover prendere, non so dire cosa avrei deciso di fare se avessi scoperto che Emma aveva dei problemi, magari gravi. Sarebbe troppo facile dire “avrei abortito”, perché conoscendomi (ma mi conosco poi davvero così a fondo?) non sarei stata capace di accettare un figlio o una figlia complicati, di cui avrei dovuto condividere il dolore quotidiano, le enormi difficoltà. Non lo so. Mentirei se dicessi di avere certezza su ciò che avrei fatto.

Ma in quel momento, la sola idea di avere la possibilità di scegliere, mi è sembrata la cosa più ovvia, più giusta e più rassicurante del mondo. Perché non siamo tutti super eroi. E fare la mamma (e il papà) è difficile ogni giorno con un bimbo sano e felice. Non so se io sarei stata capace di essere una brava mamma per un altro tipo di figlio. E attenzione, conosco moltissime persone che lo sono. Le ammiro, le rispetto profondamente e mi sembrano veramente delle creature speciali e magiche. Loro e i loro figli. Soltanto non sono sicura che ne sarei capace io. Che lo vorrei.

E mi sembra pazzesco che oggi, 23 marzo 2017, siamo ancora a parlare di questo.