Social media, ritualità e percezione del sè

Abituati come siamo a vivere immersi nel contesto dei social network, o dei social media più in generale, immaginiamo che essi rappresentino per l’individuo quanto di più vicino alla verità e alla trasparenza ci sia, essendo il loro principale scopo, quantomeno dichiarato, quello di catturare momenti di quotidianità o relazioni intime di ciascuno di noi.

In realtà, però, questo approccio e questo modus vivendi ha delle conseguenze psicologiche che sottovalutiamo tutti, io in primis e sulle quali invece ultimamente mi fermo a riflettere. Sarà l’età.

È come se muovendoci all’interno dei social vivessimo una continua rappresentazione teatrale di noi stessi e del nostro microcosmo, da protagonisti, e assistessimo, da spettatori, alla rappresentazione teatrale della vita degli altri.

Perché, diciamolo, nessuno di noi pubblica le proprie foto dei momenti no, quelli in cui vorresti spaccare tutto, quelle in cui hai il brufolo sul naso o sei in piena sindrome premestruale. No, quello che tendiamo a fare è mostrare la parte migliore di noi. Pensiamo che quello sia teatro. Ebbene, temo non lo sia.

Il teatro, per sua natura, è il luogo delle espressioni oggettive, espressioni rappresentate, non esposte. Nel teatro azioni e sentimenti possono essere rappresentati dall’attore e letti dallo spettatore, vi è una costruzione semantica e narrativa ben precisa che comincia da un punto e giunge ad un altro, dispiegando il racconto lungo un filo a volte lineare a volte no, ma pur sempre un filo, una guida.

Quello che viviamo quotidianamente, invece, non è rappresentazione. È esposizione puntiforme di momenti che ci appartengono, di persone cui siamo legati, di luoghi od oggetti che amiamo. È, più sinteticamente, mercato. È la mercificazione (dal momento che su questo le aziende e i social fanno business) di noi stessi, dei nostri gusti, dei nostri interessi. E in effetti, se ben ci pensate, è il mercato il luogo dell’esposizione per eccellenza.

Non solo, ma questa prossimità digitale ed espositiva che abbiamo costruito, attraverso algoritmi che ci propongono informazioni e notizie costruite sui nostri gusti e sui nostri interessi, non fa che minimizzare le nostre possibilità di confronto e di cambiamento. La negatività, infatti, il confronto con ciò che non si conosce, con ciò che è diverso da noi, è l’elemento che fa scaturire l’evoluzione, il progresso anche intellettuale o emotivo. Ma la Rete, per come l’abbiamo costruita, è diventata non più solo una opportunità di apertura e conoscenza. La Rete che unisce si è trasformata in una rete che imbriglia, in una sfera percepita di intimità e di “benessere” che ci rassicuri.

L’interesse non è più verso la conoscenza, verso il sapere, verso “quello che ancora non so”, ma verso le persone e il loro social-show: cosa fanno, cosa dicono, chi conoscono. E questo produce, come conseguenza, in noi stessi, un obbligo continuo alla messa in scena, in quello che, ancora una volta, percepiamo teatro ma teatro non è.

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Breve storia del futuro

Ci sta che abbia sbagliato i tempi, ci sta che su alcuni punti sia veramente catastrofista e che la sua sfiducia nel genere umano raggiunga vette per me fino ad oggi impensabili. Ma non è detto che abbia tutti i torti.
Lo ammetto, non è la classica lettura estiva da ombrellone ma è esattamente lì che ho affrontato questo libro di Attali, non nuovissimo ma certo non obsoleto. L’iperimpero paventato dal buon Jacques spaventa e affascina insieme. Basterebbe poco, infatti, per trasformarlo dal mostro violento e individualista quale lui lo immagina, in un quadro di perfezione che non riusciamo neppure a figurarci.

Basterebbe pochissimo, ma servirebbe moltissimo. Servirebbe cambiare noi stessi.
Se volete planare dall’alto con una visuale più ampia sul nostro presente, sui cicli da cui è derivato e provare a capire la direzione che stiamo prendendo come pianeta e come esseri umani vi consiglio caldamente la lettura di questo libro. Magari in compagnia di un pezzo di cioccolato per tirarvi su di tanto in tanto.

Bambini e social media

In questi giorni grazie a comuni amici che mi hanno parlato di un evento splendido, cui parteciperò sicuramente, Parole Ostili a Trieste il 17-18 febbraio prossimi, mi sono soffermata a riflettere ancora più attentamente di quanto già non faccia di solito sull’uso del linguaggio che facciamo sul web.
E linguaggio, oggi più che mai, non sono solamente le parole. Le immagini, i video, sono linguaggio, sono la scelta di raccontare una parte della propria vita in un modo fortemente coinvolgente, a volte emozionante addirittura. E così il pensiero è andato subito alle immagini dei nostri figli sui social network.
Come oramai i miei amici sanno, tendo a non pubblicare immagini di Emma su Facebook o altrove. Le pochissime volte in cui accade non la si vede mai in volto ma la sua presenza serve più a valorizzare un momento che a narrare della sua persona. Ed è una scelta non sempre facile. Mi piacerebbe poter mostrare al mondo il mio capolavoro, quella che ritengo la mia gioia più preziosa. Mi piacerebbe condividere la sua bellezza sconfinata, sarebbe gratificante vedere tutti quei like e quei cuoricini che, lo so per certo, riempirebbero la mia bacheca.
E allora perché no? Non tanto e non solo per le ovvie implicazioni legate alla fin troppo diffusa pratica della pedopornografia online, o perché la sola idea che l’immagine innocente della mia bambina possa alimentare discussioni orribili in gruppi chiusi di Facebook dove si consumano le peggiori scorribande dei leoni da tastiera (solo luridi topi nel mondo reale).
Scelgo di non farlo perché non sono proprietaria della sua identità, non sono io a dover decidere quale sia lo storytelling della sua immagine pubblica. Non sono io a dover stabilire in che modo descriverla. Lo farei comunque secondo il mio punto di vista, non per quello che lei pensa di essere, non nel modo in cui lo farebbe lei stessa. Magari in un modo che lei, da grande, potrebbe detestare.
E allora preferisco rinunciare, aspettando il giorno, mi auguro più in là possibile, in cui dovesse essere lei a scegliere di avere una presenza digitale. Quel giorno, magari, proverò a spiegarle che quello che si mette in rete resta. Per sempre. E che quindi va maneggiato con cura. Proprio come un figlio.

Consumautori

Il libro di Francesco Morace, presentato in occasione del CSR Festival alla Bocconi. Un approccio interessante a temi che, ultimamente, mi appassionano.

Nella sociologia del consumo si sta assistendo a un passaggio di paradigma, che di fatto è già avvenuto e per il quale i cittadini non si sentono più consumatori ma persone. Persone che comprano ma persone che vendono, anche. I modelli di sharing, i modelli anti-spreco fatti di “compro per rivendere poco dopo” hanno dato una spinta enorme ad un modo nuovo di fare impresa e di concepire anche la società nel suo insieme.

Oggi è in atto una rivoluzione silenziosa e potente che ha fatto seguito ad una precedente rivoluzione ideale, probabilmente mal teorizzata. A partire dagli anni Settanta, infatti, con il Club di Roma, si cominciò a definire il concetto di limiti dello sviluppo. E da lì il passo verso i temi di “decrescita felice” è stato breve. Teoria perfettamente fondata dal punto di vista dell’analisi, ma che quasi sempre viene a cadere nel momento in cui si propone una terapia. Non puoi chiedere a un ragazzo di decrescere, o a una pianta.
Oggi, probabilmente, è venuto il tempo di definire nuove ipotesi di crescita felice, che sia sostenibile ma che vada a soddisfare la legittima esigenza di sentirsi gratificati nel momento del consumo.
In questa logica, cadono gli steccati tra ciò che è profit e ciò che non lo è, tra ciò che è “per giovani” e ciò che non lo è, in una strada virtuosa che può mettere insieme i due modelli. I target, oramai, non sono più concepibili come target militari, nell’accezione di marketing mutuata dalla cultura americana.
Oggi questo modo di vendere e di comunicare si rivela superato, non è più realmente possibile individuare un target e raggiungerlo in modo mirato. O meglio, è tecnicamente possibile ora più che mai ma, probabilmente, strategicamente inappropriato.
Si tratta quasi di immaginare una sostituzione anche in termini lessicali: Societing al posto di marketing?
Oramai, specie in Italia, dove la società è fortemente familiare e intergenerazionale, è necessario attivare delle strategie che mettano in relazione la generazione degli adolescenti con quella dei loro genitori e dei loro nonni (che peraltro imparano ad usare Skype o Whatsapp per tenersi in contatto con i nipoti lontani). I maggiori esempi di successo nell’ambito della comunicazione, negli ultimi tempi, sono tutti intergenerazionali, da Ikea ad Apple. Strategie pensate per cluster ma con l’idea fondamentale che tutto circola, che ci sia un mescolamento di valori e comportamenti molto interessante dal punto di vista sociologico.