Ferragni-Fedez e il tabloid permanente

In questi giorni non ho potuto fare a meno di leggere le news su Ferragni-Fedez, chiunque sia su Instagram e li segua, per motivi di gossip o professionali, oramai conosce vita morte e miracoli di questa coppia nata per caso (o no?) e cresciuta a suon di like e di una vita costantemente sotto i riflettori.

Non mi interessa sapere se la loro sia una storia autentica sul piano dei sentimenti, spero per loro di sì e mi piace pensare che sia così. Quello che trovo più interessante è cercare di decodificare sul piano della comunicazione cosa sta cambiando nel modo di raccontare i nuovi amori tra star o presunte tali. Insomma, non nascondiamoci dietro un dito, i giornali di gossip ci sono sempre stati e da sempre sono anche in ottima salute. Ergo, l’interesse delle persone non manca. Ma cosa cambia sul piano dello storytelling? A mio avviso una serie di cose:

  1. Dalle puntate al continuum: un tempo erano i settimanali a scandire le storie d’amore. Ogni settimana una copertina, una porzione di storia da raccontare, una crisi, i figli, il matrimonio, le vacanze, il fidanzamento e così via. In F&F il racconto è quotidiano, direi orario, anzi per meglio dire istantaneo, esattamente come una fotografia.
  2. Dai paparazzi al fotografo personale: un tempo c’erano i paparazzi, quelli che rubavano lo scatto perfetto, o imperfetto ma pieno di informazioni. Lui che la bacia, magari un po’ sgranato, lei in occhiali da sole o senza trucco sul terrazzo. Lui in mutande. Scatti di una vita privata che, appunto, era privata e custodita come tale.
  3. Dal privato al pubblico: abbiamo toccato l’apice con la proposta di matrimonio in diretta all’Arena di Verona, un momento dove uno dei passaggi più intimi della vita di due individui è stato reso un evento mediatico, niente di più pubblico. Dove non c’era spazio per una emozione priva di controllo, realmente autentica, perché comunque vissuta sotto i riflettori.
  4. Dalla terza plurale alla prima persona (singolare/plurale): chi decide cosa dire sulla coppia più likeable del momento? Loro. Al 99%. Loro, ognuno di loro due e loro due insieme. Non serve più il ricamo del giornalista che unisce i puntini della narrazione, non serve più l’intuizione sull’evoluzione della storia, non serve più nulla. Sono loro a dirci quello che vogliamo sentirci dire o che loro vogliono raccontarci.

È il riappropriarsi, in modo del tutto pubblico, del proprio privato. Condivisibile? Ci piace? Non importa. È così, è un fatto, così come il fatto che le testate tradizionali coinvolte non possono far altro, loro malgrado, che seguire e commentare l’evolversi di un racconto che non scrivono loro. Direi un bel cambiamento.

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Bambini e social media

In questi giorni grazie a comuni amici che mi hanno parlato di un evento splendido, cui parteciperò sicuramente, Parole Ostili a Trieste il 17-18 febbraio prossimi, mi sono soffermata a riflettere ancora più attentamente di quanto già non faccia di solito sull’uso del linguaggio che facciamo sul web.
E linguaggio, oggi più che mai, non sono solamente le parole. Le immagini, i video, sono linguaggio, sono la scelta di raccontare una parte della propria vita in un modo fortemente coinvolgente, a volte emozionante addirittura. E così il pensiero è andato subito alle immagini dei nostri figli sui social network.
Come oramai i miei amici sanno, tendo a non pubblicare immagini di Emma su Facebook o altrove. Le pochissime volte in cui accade non la si vede mai in volto ma la sua presenza serve più a valorizzare un momento che a narrare della sua persona. Ed è una scelta non sempre facile. Mi piacerebbe poter mostrare al mondo il mio capolavoro, quella che ritengo la mia gioia più preziosa. Mi piacerebbe condividere la sua bellezza sconfinata, sarebbe gratificante vedere tutti quei like e quei cuoricini che, lo so per certo, riempirebbero la mia bacheca.
E allora perché no? Non tanto e non solo per le ovvie implicazioni legate alla fin troppo diffusa pratica della pedopornografia online, o perché la sola idea che l’immagine innocente della mia bambina possa alimentare discussioni orribili in gruppi chiusi di Facebook dove si consumano le peggiori scorribande dei leoni da tastiera (solo luridi topi nel mondo reale).
Scelgo di non farlo perché non sono proprietaria della sua identità, non sono io a dover decidere quale sia lo storytelling della sua immagine pubblica. Non sono io a dover stabilire in che modo descriverla. Lo farei comunque secondo il mio punto di vista, non per quello che lei pensa di essere, non nel modo in cui lo farebbe lei stessa. Magari in un modo che lei, da grande, potrebbe detestare.
E allora preferisco rinunciare, aspettando il giorno, mi auguro più in là possibile, in cui dovesse essere lei a scegliere di avere una presenza digitale. Quel giorno, magari, proverò a spiegarle che quello che si mette in rete resta. Per sempre. E che quindi va maneggiato con cura. Proprio come un figlio.