Genitori in gabbia

Notizia di questi giorni, l’atto dell’Amministrazione Trump nei confronti dei migranti latinoamericani. Tenere i bambini sul suolo americano, temporaneamente rinchiusi in gabbie, separandoli dai propri genitori.

Ora, posto che quasi non riesco a commentare e a immaginare come si possa addivenire a una tale aberrazione, e mentre mi domando se le possibilità di intervento della comunità internazionale si debba limitare a una dissociazione morale da questo tipo di azioni, la mia solidarietà in questo momento va ovviamente a quei piccoli cuccioli d’uomo spaventati ma, e vi prego di scusarmi, va ancora di più ai loro genitori.

Se si fosse cercato di progettare una forma di tortura più atroce, una tortura da tempi moderni, mi viene da dire, ebbene credo che questa lo sia. Domenica sera ho lasciato Emma dai nonni e dagli zii, in un ambiente pieno d’amore e di cura, con le cuginette a giocare e divertirsi, in campagna. Ebbene, un atto così familiare, così tranquillo, così safe, mi provoca una malinconia e un senso di preoccupazione costante che non vi sto a dire: avrà mangiato, avrà dormito, sentirà nostalgia? Sarà serena?

Ora. Provate per un solo istante a mettervi nei panni di quelle mamme e di quei papà che i bambini se li sono visti portare via. Che non sanno esattamente dove siano e con chi, e che cosa eventualmente stiano subendo. Che hanno la certezza matematica di un figlio in lacrime che vuole mamma e papà perché ha paura, perché non capisce cosa stia accadendo. Provateci, se ci riuscite. Perché io non ci riesco veramente, per fortuna. Non ci riesco perché grazie al cielo non sono nella condizione di provare quella sensazione e, non provandola, va oltre le mie capacità di empatia. È qualcosa di troppo per me.

Forse è questo il punto. Non siamo più in grado di provare empatia per un altro essere umano. Non vuoi i migranti sul tuo territorio? Mi fai schifo abbastanza, perché non sei in grado di gestire flussi che sono sempre esistiti e con cui dovremo imparare a convivere. Ma separare un bambino dalla sua mamma o dal suo papà, da un lato e dall’altro di un confine questo no, questa non è politica. Questo è orrore.

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#civuoleungesto

Ho riflettuto a lungo se scrivere o meno queste poche righe per raccontare quello che con Famideal ci apprestiamo a fare Domenica 28 maggio prossimo.

Dopo la notizia dell’attentato di Manchester, dopo la violenza di quelle immagini di bambine che potrebbero essere la mia tra 5-6 anni, mi sono sentita perduta come mamma, come essere umano e come protagonista della vita di questa società disperata e disperante in cui andare per mano al tuo papà al primo concerto della tua vita può costarti la vita stessa. E mi sembrava assurdo anche solo parlarne, di questa cosa organizzata da tempo.

Ma poi ho pensato che, forse, è proprio in momenti come questo, quando ti sembra che non ne valga più la pena, che #civuoleungesto.

È così che si chiama il percorso di crescita e di impegno che noi di Famideal, tutti nessuno escluso, intendiamo intraprendere.
E cominceremo proprio da uno dei luoghi più caldi di questa triste storia di migrazione, di dolore, di rabbia e di incomprensione. Un luogo dove persone meravigliose lavorano duramente ogni giorno per proteggere l’ultimo baluardo di umanità che ci resta: il tentativo di preservare la vita e la dignità del nostro prossimo, di qualunque colore sia la sua pelle, da qualunque luogo provenga, semplicemente perché è un essere umano.

Un luogo, l’isola di Lampedusa, dove vivono tanti e tanti bambini, alcuni stanziali, e alcuni migranti, che passano e non si fermano, diretti a un altrove sconosciuto e possiamo immaginare spaventoso ai loro piccoli occhi innocenti. Ebbene, ai bambini che restano e ai bambini che vanno, Domenica regaleremo un gesto gentile, regaleremo un giocattolo. Tanti giocattoli, in realtà, più di 250, di tutti i tipi e per tutte le età.

Che banalità, direte voi. Vero. Ma noi questo avevamo: giocattoli. Giocattoli e la consapevolezza che universale è la lingua del gioco, che aiuta a costruire quell’atmosfera di fiaba e di spensieratezza che sempre dovrebbe caratterizzare l’infanzia e che proprio nel gioco stesso si alimenta.

Sarà una piccola cerimonia semplice, come semplice e naturale è il gesto del dono per un bambino, quella che si svolgerà domenica prossima 28 maggio alle ore 17.00 nella Sala Area Marina Protetta di Lampedusa alla presenza del Sindaco Giusi Nicolini, dell’Assessore alle Politiche Sociali Stefano Greco e di tutte le istituzioni e associazioni dell’isola – Guardia di Finanza, Scuole, Caritas.

Non è un gesto alla Robin Hood, qui non si tratta di farsi belli, di togliere ai ricchi per donare ai poveri. Questa iniziativa è nata dalla consapevolezza che le imprese possono e devono avere un ruolo nella definizione dei messaggi mainstream che passano in questo nostro Paese. Nasce dalla convinzione profonda che non c’è fatturato che tenga se non ci fermiamo a guardare chi è rimasto indietro. Non può esserci futuro e non può esserci prosperità nemmeno per le aziende, nemmeno per noi, se non impariamo a fare la nostra parte per cambiare le cose, per comunicare messaggi forti e inequivocabili. Uno di questi messaggi, per noi, è che i bambini sono bambini.

Quale che sia la loro storia, il loro Paese di provenienza, il colore della loro pelle. Ma soprattutto che quei bambini saranno gli adulti di domani.

E allora forse, oggi più che mai, un piccolo gesto gentile può seminare nel cuore di un bambino un sentimento di speranza. Può lasciare una traccia e magari, quando quel bambino non saprà dove finirà con i suoi genitori, se è ancora così fortunato da averli con sé, quando ormai adulto si ritroverà a fronteggiare l’ostilità circostante, quando penserà che tutto è perduto, potrà forse ricordare che un giorno lontano, qualcuno, lo ha trattato come un essere umano. Un essere umano che va rispettato, al quale, come chiunque entri in casa mia, io tendo la mano e faccio un sorriso.

Forse, come spesso qualcuno mi dice, sono un’idealista, forse mi sto sbagliando, forse ci stiamo sbagliando tutti: chi in Famideal ha avuto l’idea, chi l’ha accolta con entusiasmo, chi ha lavorato per realizzarla e chi, commosso, ha impacchettato e messo il fiocco rosso ai regali. Sì, ci siamo anche commossi, e senza imbarazzo o pudore. Perché ci crediamo, crediamo possa esistere anche da parte di chi fa impresa (e, badate bene, noi vendiamo prodotti per famiglie non siamo una Onlus e il nostro principale obiettivo è il profitto e la salute della nostra azienda) una componente forte di impegno e di senso di appartenenza. Crediamo ci possa e ci debba essere un ruolo.

Vorrei ringraziare fin da ora l’Amministrazione di Lampedusa, così umana e così collaborativa, per averci aiutato a realizzare il nostro piccolo grande sogno. Perché Domenica, il vero regalo, lo riceveremo noi.

Chiunque abbia il desiderio di partecipare alla diffusione di questa iniziativa e di condividere con noi i suoi pensieri in proposito può farlo seguendo i nostri profili social e usando l’hashtag #civuoleungesto

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