Mamme 2018: super connesse o super sole?

Stamane ho avuto l’occasione di partecipare all’Osservatorio Mamme 2018 promosso come ogni anno da Sfera Editore (Gruppo RCS). Tre ore di lavoro molto interessante dove, tra gli altri, si sono affrontati i temi legati al reperimento dell’informazione da parte delle donne in gravidanza e delle neo-mamme.

Ne emerge un quadro che definirei quasi contraddittorio. Nel periodo di maggior accesso all’informazione da che si ricordi, le mamme e le future mamme, iper connesse (il 90% di loro è sempre connesso e l’85% lo è per almeno 4 volte a settimana) e super social (vedi la crescita di Instagram rispetto a questo target), sembrano figure sempre più sole e confuse che, nel marasma della rete, faticano a orientarsi e a orientare, dunque, le proprie scelte.

La responsabilità, forse, risiede in un modello di comunicazione orizzontale in cui lo scambio di informazioni tra pari, dove l’effetto flaming è sempre in agguato , dove le opinioni di ciascuno valgono quanto le opinioni di un esperto. Dove si tende a confermare il proprio bias attraverso la frequentazione virtuale di persone che la pensano come noi, anziché aprirsi ad un confronto costruttivo che possa generare autentiche forme di conoscenza.

Non regge più il modello della evaluation trust, ovvero “Vale quello che vale”, ma compare e impera il modello di transitività per cui “Quello che vale per gli altri vale per me”.

Ed ecco quindi che il Dott. Google, per esempio, diventa lo strumento che ostacola persino l’appuntamento con lo specialista, dove peraltro la futura mamma arriva spesso con una lunghissima lista di domande scritte, perché il livello di ansia per il percorso che sta compiendo è elevatissimo e amplificato dalle conversazioni con altre mamme, ciascuna con il proprio personale vissuto e bagaglio di esperienze. Non è un caso, ad esempio, che si sviluppino spesso fenomeni in cui l’esperienza negativa del singolo, anche  traumatica, come potrebbe essere un episodio di abortività, diventi in un baleno l’esperienza traumatica dell’intero gruppo, sviluppando un malessere diffuso che non aiuta nell’affrontare un percorso consapevole, quando ancora non sereno.

E allora come uscirne? Forse attraverso una ancora maggiore assunzione di responsabilità da parte di chi, testate e giornalisti, ha il compito di assicurare una buona e corretta informazione, non più solo attraverso la pubblicazione di informazioni top-down, ma anche attraverso la partecipazione a forum, social network, anche in collaborazione strutturata e continua con quegli attori depositari di conoscenze scientifiche (es. medici, psicoterapeuti, ecc.) che possano mettere a disposizione la loro competenza per migliorare la qualità dell’interazione.

Chiunque operi in questo settore di mercato, chiunque abbia a che fare con le donne in questo periodo meraviglioso e delicato della propria vita ha una responsabilità doppia, se possibile, rispetto alla autenticità e alla professionalità con cui svolge il proprio lavoro.

 

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Rumore

Sento un forte rumore di fondo. Sento troppo rumore di fondo, in effetti.
Ma quello che fino a ieri era solo un sovrapporsi di informazioni pressoché inutili è diventato, nel tempo, un susseguirsi di false informazioni, di bufale, di fake news insomma, giustificate e ampiamente condivise nel nome del diritto alla libertà di opinione. Diritto che difendo, ma se dici una fesseria, sebbene sia la tua opinione, fesseria rimane. Fonti perlomeno discutibili, titoli che gridano al clickbait, vengono condivisi migliaia di volte, arrivando a trasformare le bugie se non in verità certe quantomeno in punti di vista che vale la pena prendere in considerazione nell’ambito del dibattito, quale che sia l’argomento di discussione.

Ebbene, staccarsi da questo rumore di fondo, per chi fa il nostro mestiere, anche e soprattutto quando si sta sul web a titolo personale e non per lavoro, è sempre più difficile perché la tentazione di dare al pubblico quello che vuole (ricordate, lo dicevamo anche quando parlavamo della qualità di programmi televisivi di qualche anno fa) è forte, specie se si punta a risultati brillanti nel brevissimo periodo.

Mi domando, però, quanto questo sia giusto. E uso questa categoria morale non a caso. Perché esiste ancora una distinzione tra ciò che è giusto e ciò che non lo è. Inutile che ci raccontiamo il contrario. Esiste, dovremmo tenerla presente. Non si fonda su principi etici, non si fonda su convinzioni religiose, non ha radici nelle nostre opinioni personali. Insiste sulla nostra professionalità. Non possiamo, noi, esimerci dal porci domande. Dal controllare una fonte, dal fermarci un momento prima di condividere per pensare: Ho verificato? È credibile? Ha senso?
In fondo insegniamo ai nostri figli fin da piccoli che le bugie non si dicono, perché dovremmo dirle noi, anche solo attraverso un click di troppo sul tasto condividi?

Trovo che la nostra generazione ( e quella dei miei colleghi in particolare) stia riscoprendo, e me ne rallegro, il proprio ruolo in questa società. Trovo che i ragazzi di 40 anni, forse proprio perché sono diventati quasi tutti genitori e chi non lo è è comunque maturo abbastanza per capire di avere un valore al di là di se stesso, quando dotati degli strumenti intellettuali adeguati, possano e debbano essere portavoce di un modo vecchio di intendere l’informazione. Che non era un brutto modo. Era il modo dell’autorevolezza. Era il modo della verifica. Era il modo del conta fino a 10 e poi parla, e se non sei sicuro taci e studia.

Ecco, vorrei contribuire e proverò a farlo, a creare un mondo in cui anche sul web si recuperi un filo di credibilità. Non voglio entrare e non entrerò nei dibattiti dell’ultimo periodo, la mia scelta è di non condividere e non commentare le informazioni poco sicure, in modo da diminuire la loro visibilità. Una goccia nel mare? Forse. ma è la mia goccia.

Cos’è mai l’infamia se il denaro è al sicuro?

Così recitava Giovenale, un bel po’ di tempo fa.

A quale infamia mi riferisco? A quella di cui ormai siamo vittime e complici tutti, e che riguarda la proliferazione di contenuti falsi, mistificatori o deliberatamente inventati sul web per promuovere una posizione o un’altra. O per non fare né l’una né l’altra cosa, in effetti.
Si fa un gran parlare di fake news, di click baiting, di titoli sempre più sensazionalistici, di bufale un tanto al chilo. In effetti, bazzicando i social e i siti di news (testate autorevoli o blog più o meno famosi) da parecchi anni devo ammettere che nel corso del tempo l’escalation c’è stata e forse vale la pena di chiedersi perché.

Come si alimentano, nella stragrande maggioranza dei casi, queste piattaforme di distribuzione di notizie e informazioni, così come le testate giornalistiche che, partite magari dalla carta stampata (che oramai conta sempre meno pagine) sono approdate al web e hanno iniziato a fare i conti con la necessità di produrre un numero sempre maggiore di contenuti in tempi sempre più compressi?
Si alimentano con i ricavi pubblicitari.

E cosa determina il valore di un annuncio pubblicitario su un sito? Il numero di page views del sito medesimo. Più sono le pagine visualizzate sul sito, più ha la possibilità di vendere cara la sua pubblicità.

Che novità, vero? Sì, è così da sempre. Ma, c’è un MA. Qual è quell’elemento, quella moneta di scambio che fa lievitare il numero di pagine viste o di articoli letti? Questa moneta è l’eccitazione del lettore, sia essa determinata da elementi di violenza, di estremismo, di eccitazione o di indignazione non importa. La sua voglia di leggere, commentare e, auspicabilmente, condividere quel contenuto. Questo è il motivo per cui, specie ultimamente, ci imbattiamo sempre più spesso in titoli ultra-sensazionalistici che ci fanno venire una gran voglia di fare click.

E ancora più spesso quei titoli sono posti sotto forma di domande, quasi a darci l’impressione di dover/poter conoscere una verità che fino ad ora ci era rimasta celata. Ma non è così. La ragione di quei titoli posti in forma di domanda è che, in questo modo, chi redige quell’articolo, qualunque fesseria pubblichi, non può essere incolpato di menzogna, dal momento che si è limitato a porre una semplice domanda. Questo lo potrete verificare voi stessi analizzando solo un paio dei temi “caldi” di queste ultime settimane: vaccini e dieta gluten-free.

Ma prendete uno qualunque di questi titoli, poniamo, ad esempio: È vero che una dieta gluten-free è più salubre anche se non siete intolleranti al glutine?
Beh, clicchiamo per scoprirlo. L’articolo, spesso, risponde tra le righe no, certo che no. Ma intanto ci ha fatto fare un click e. se il sito è organizzato bene, accanto e al piede di quell’articolo ce ne saranno almeno altri 3 o 4 con titoli altrettanto accattivanti, pronti per farci fare un secondo e magari un terzo click. Ad ogni pagina, ad ogni click, nuovi annunci pubblicitari si caricano. Magari gli articoli non li abbiamo letti, magari ci siamo fermati annoiati alla terza riga ma questo all’editore non importa. Il suo scopo è raggiunto, può continuare a vendere a caro prezzo i propri spazi.

E non parliamo poi del cosiddetto engagement. Pensate per un momento quando qualcuno di questi pezzi, magari molto controverso o su un tema scottante, esempio i vaccini, postato all’interno di un blog, vi invoglia a esprimere un’opinione. A commentare. Per farlo, ci si deve registrare. Per registrarsi, si devono compiere almeno due o tre passaggi (che sono page view) all’interno dei quali vengono mostrati annunci pubblicitari. Poi bisognerà confermare la registrazione via mail, magari scegliendo di ricevere addirittura gli aggiornamenti quotidiani da quel sito (e allora cari miei, chi è causa del suo mal pianga se stesso) e cedendo i propri dati all’editore per passarli a terze parti che ci invieranno, a loro volta, della pubblicità sulla nostra casella di posta.

Questa cosa meravigliosa, che all’inizio sembrava la nuova frontiera della democrazia digitale, altro non è che la più pericolosa delle oligarchie. I nostri dati, i nostri click, le nostre view. Veniamo costantemente manipolati per denaro. Tutto il resto è storytelling.