La pubblicità è morta, viva la pubblicità

Lo dico subito. Per me l’advertising è più vivo che mai. Cambiato, certo. Ma sono in parte, la penso così.

Oggi viaggia meno sulla carta, molto meno in TV, e viaggia moltissimo su Internet. Ma sempre di pubblicità si tratta.

A noi comunicatori piace tanto inventare parole nuove per definire cose vecchie, forse per darci un tono o forse perché per nostra natura siamo persone che si annoiano facilmente, persino di loro stesse e così si reinventano di tanto in tanto per sentirsi vivi.

Sì, lo so, sto provocando, volutamente. Ma rifletto durante un viaggio in treno e condivido con voi questa mia riflessione. Ecco, la parola chiave dell’operazione secondo me è proprio questa. Qual è la differenza sostanziale, autentica, dell’advertising di oggi rispetto a quello di ieri? Il fatto che lo possiamo condividere. Che possiamo intervenire sul media budget del brand, potenziandolo con i nostri click o lasciandolo inalterato e sterile se l’adv in questione non ci piace, non ci emoziona, non ci colpisce.

Per il resto, è cambiato molto poco, gli elementi in gioco sono sempre gli stessi: creatività, una buona pianificazione media, una buona casa di produzione, un team. Da soli non si fa nulla. Poi possiamo ben dire che, forse, si usa meno il tipografo per stampare affissioni e si usano molto di più le digital agency per realizzare landing page. Ma tant’è. Il succo è il medesimo.

E d’altra parte quel piccolo pulsante – share – oramai presente ovunque nell’ecosistema di Internet, fa una grande, enorme differenza. E la fa sì per il Cliente (sempre e rigorosamente con la maiuscola) ma la fa anche per l’Agenzia (e la maiuscola anche qui ci vuole proprio). Perché? Perché in questo nostro tempo, per la prima volta davvero e in diretta, entrambi possiamo capire se e quanto funziona l’idea che abbiamo avuto e che abbiamo scelto, quanto siamo stati efficaci nel diffonderla, quanto abbiamo lavorato sulla strategia giusta e sull’intercettare l’audience che volevamo coinvolgere. Quanto siamo stati compresi e quanto siamo stati apprezzati. O viceversa.

Innegabile che ci voglia un media budget degno di questo nome, oggi nemmeno gli algoritmi non sono più quelli di una volta. Eh già, un po’ come le mezze stagioni, quelle simpatiche formulette che ti potevano garantire una copertura pazzesca anche con zero budget non ci sono più e, ad esempio, anche il nostro amico Mark ha deciso che il suo Facebook deve guadagnare dalla presenza online dei brand e dal fatto che fornisce loro una piattaforma efficace per la veicolazione delle loro informazioni commerciali. Ebbene, un po’ di benzina per accendere la miccia ci vuole, ma poi quanto fuoco si sprigiona dipende ancora dalla qualità e dalla bontà dell’idea che sostiene la campagna.

Ecco perché penso che l’advertising non solo non sia morto, ma goda di ottima salute. Perché laddove non c’è un pensiero laterale forte, laddove non c’è un’idea dirompente, parliamo in buona sostanza di volantinaggio online. E da che mondo e mondo, il volantinaggio si paga. Fino all’ultima card distribuita.

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Facebook e le persone: dalla connessione all’interferenza. In un click.

A quanto pare Facebook sta testando una nuova modalità di distribuzione dei contenuti. Non più un unico feed in cui è inserito tutto ciò che potrebbe interessarci, bensì due canali:

  • un newsfeed composto dai contenuti pubblicati dai nostri amici e dagli annunci sponsorizzati
  • un search feed per tutto il resto, dove potremo/dovremo andarci a cercare le cose che ci interessano ma che non sono supportate da un investimento media

Molto si sta dicendo rispetto al danno in termini di visibilità e traffico che questa scelta comporterebbe per i piccoli publisher che finora hanno vissuto grazie alla qualità dei contenuti pubblicati e che vedrebbero drasticamente ridotte le proprie occasioni di visibilità.

Ma l’aspetto su cui vorrei proporre la mia riflessione è un altro, ovvero il concetto di “interruzione pubblicitaria”. Facebook afferma che la sua volontà è quella di offrire all’utente un’esperienza qualitativamente migliore, con una selezione sempre più accurata dei contenuti per lui interessanti. Ora come ora mi pare che in questo senso il social network funzioni piuttosto bene e mi sembra anche che, nel flusso del feed per come è organizzato, le sponsorizzate tutto sommato non costituiscano un fastidio vero ma convivano in modo coerente con il resto dei contenuti.

Cosa accadrebbe però, mi chiedo, se le suddette sponsorizzate, quasi sempre contenuti di pagine con un dichiarato intento commerciale, si insinuassero in un newsfeed composto solo da contenuti di profili privati, quelli dei miei amici? Non si determinerà un effetto disturbante molto più accentuato, quasi che quell’annuncio andasse a interrompere una conversazione privata?

Mi immagino la scena di un gruppo di amici davanti a uno spritz al bar, mentre chiacchierano del più e del meno. All’improvviso il cameriere toglie i bicchieri e li costringe a guardare un annuncio pubblicitario.

A me sembra che non stiamo parlando di una grande innovazione, ma di qualcosa che noi adulti abbiamo già sperimentato a suo tempo. Allora si chiamava pubblicità televisiva, interrompeva in modo arbitrario la visione del film o della nostra serie preferita e sai una cosa Mark? Molti di noi ne approfittavano per andare a fare pipì.

Bambini e social media

In questi giorni grazie a comuni amici che mi hanno parlato di un evento splendido, cui parteciperò sicuramente, Parole Ostili a Trieste il 17-18 febbraio prossimi, mi sono soffermata a riflettere ancora più attentamente di quanto già non faccia di solito sull’uso del linguaggio che facciamo sul web.
E linguaggio, oggi più che mai, non sono solamente le parole. Le immagini, i video, sono linguaggio, sono la scelta di raccontare una parte della propria vita in un modo fortemente coinvolgente, a volte emozionante addirittura. E così il pensiero è andato subito alle immagini dei nostri figli sui social network.
Come oramai i miei amici sanno, tendo a non pubblicare immagini di Emma su Facebook o altrove. Le pochissime volte in cui accade non la si vede mai in volto ma la sua presenza serve più a valorizzare un momento che a narrare della sua persona. Ed è una scelta non sempre facile. Mi piacerebbe poter mostrare al mondo il mio capolavoro, quella che ritengo la mia gioia più preziosa. Mi piacerebbe condividere la sua bellezza sconfinata, sarebbe gratificante vedere tutti quei like e quei cuoricini che, lo so per certo, riempirebbero la mia bacheca.
E allora perché no? Non tanto e non solo per le ovvie implicazioni legate alla fin troppo diffusa pratica della pedopornografia online, o perché la sola idea che l’immagine innocente della mia bambina possa alimentare discussioni orribili in gruppi chiusi di Facebook dove si consumano le peggiori scorribande dei leoni da tastiera (solo luridi topi nel mondo reale).
Scelgo di non farlo perché non sono proprietaria della sua identità, non sono io a dover decidere quale sia lo storytelling della sua immagine pubblica. Non sono io a dover stabilire in che modo descriverla. Lo farei comunque secondo il mio punto di vista, non per quello che lei pensa di essere, non nel modo in cui lo farebbe lei stessa. Magari in un modo che lei, da grande, potrebbe detestare.
E allora preferisco rinunciare, aspettando il giorno, mi auguro più in là possibile, in cui dovesse essere lei a scegliere di avere una presenza digitale. Quel giorno, magari, proverò a spiegarle che quello che si mette in rete resta. Per sempre. E che quindi va maneggiato con cura. Proprio come un figlio.