Emma, la Francia e Google Translate

Abbiamo trascorso il ponte del 1 maggio in Francia e più precisamente nella Loira, ospiti a casa di una coppia di cari amici. Tralascio tutte le note su luoghi ameni, cibo e vino, per soffermarmi su un episodio capitato la prima sera. Partecipiamo ad un aperitivo a casa di una famiglia con 3 bambini, ed Emma naturalmente non vede l’ora di giocare con loro ma è decisamente ostacolata e preoccupata per il fatto di non conoscere una parola di Francese.

La mia amica Francesca e io cerchiamo di rassicurarla e ci premuriamo di fare da trait d’union tra le bambine, invitandole a sperimentare nuovi modi per comunicare, con i gesti per esempio. Ci allontaniamo dalla cameretta speranzose ma aspettandoci di vedere una piccola processione di bimbe in difficoltà in arrivo dopo pochi minuti.

E invece no. Passa un’ora, ne passanodue e delle bimbe nemmeno l’ombra. Si palesano verso le 21 armate di borsetta annunciando: Andiamo a saltare sui tappeti elastici! 

Ci guardiamo, e incredule chiediamo come hanno fatto a mettersi d’accordo sul da farsi. Emerge uno smartphone, Google Translate ed Emma mi spiega: Mamma, lei mi scrive quello che mi vuole dire nella frase sopra in Francese e io lo leggo nella frase sotto in Italiano e le rispondo. È facilissimo!

Game, set, match.

Ora, sono certa che lì fuori sarà pieno di genitori pronti a dire che anche quando non c’erano gli smartphone tra bambini ci si capiva benissimo e si riusciva a giocare senza problemi. E lo so. Sono d’accordo. Sono certa che sarebbero riuscite a comunicare anche senza quello strumento, magari in modo meno efficace e soddisfacente ma ci sarebbero riuscite. Ma sapete che vi dico? A me è sembrato fantastico che abbiano usato la tecnologia in modo così intelligente a soli 6o 7 anni. E per una bambina come la mia, che dalla tecnologia è tenuta ben distante, vorrei fosse proprio questo l’approccio.

Qualcosa che utilizzo per decidere di andare a saltare sul trampolino con le amiche, poggiando lo smartphone a terra non appena ha smesso di essermi utile. Un oggetto da usare e dal quale non farsi usare. Ci proveremo.

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Ci manca il tempo

Mi manca il tempo era una delle mie frasi ricorrenti. Fortunatamente mi sono resa conto che così non è e che se qualcosa non la riesco a fare è perché non mi sono voluta organizzare per tempo o semplicemente perché non era poi così importante.
Ma non è questo tipo di tempo di cui vorrei parlare in questo post. Il tempo che manca, oggi, che MI manca, è il tempo del pensiero. Dell’elaborazione critica dell’informazione. Quel tempo in cui il dato si sedimenta, matura e produce (o non produce) le sue conseguenze.

È di questi giorni il caso ormai arcinoto del video, diventato virale, realizzato dai dipendenti di una filiale Banca Intesa di Castiglione delle Stiviere. Non linko il video, io sono una di quelle che negli anni Novanta quando al Karaoke di Fiorello si presentavano le signore stonate (questa non lo era di certo) cambiava canale per empatia. E che oggi, a quarant’anni suonati, fa lo stesso di fronte a uno qualunque degli squinternati che si presentano alle audizioni di X Factor (qui uno dei best di sempre, indimenticato e indimenticabile).

Proprio non ce la faccio, è più forte di me.

Non mi soffermerò quindi a definire i contorni del video, dei suoi partecipanti, della sua protagonista. Non la nominerò neppure. Non ha importanza. La sola cosa che mi preme dire è che la situazione di imbarazzo, frustrazione, vergogna che stanno vivendo quelle persone, perché questo sono prima che dipendenti di un’azienda o scarsissimi interpreti di canzoni e balletti di dubbio gusto, non si sarebbe dovuta verificare. E non si sarebbe dovuta verificare per almeno due ottime ragioni:

  1. Un tempo quel video, sul quale e del quale ho riso anche io, o meglio mi sono vergognata anche io, sarebbe rimasto confinato entro le grandi mura di un’azienda come Intesa, nell’ambito del contest aziendale riservato ai dipendenti per cui era stato realizzato.
  2. Oggi, anche di fronte a un contenuto di questo genere che, ripeto, si presta sicuramente al riso e al dileggio, sarebbe stata opportuna un briciolo di sensibilità e di consapevolezza in più da parte di tutti.

Ed ecco che torniamo al titolo di questo post. Ci manca il tempo. Ci manca il tempo per pensare, ci manca il tempo per riflettere, ci manca il tempo per immaginare le conseguenze delle nostre azioni sui social. Non credo, non voglio credere che tutte le persone che hanno condiviso, modificato, realizzato parodie e amplificato a dismisura la portata di quel contenuto siano tutte cattive e desiderose di ferire o fare del male. Tutt’altro. Ma il punto è proprio questo.

Quando devi deridere qualcuno in faccia, perché una situazione è imbarazzante o oggettivamente ridicola, guarda caso spesso non ridi. La reazione più comune è quella del voltare lo sguardo, nel tentativo di tenersi all’esterno di quella situazione, di non lasciarsi coinvolgere. Di aspettare che passi, senza che nessuno si faccia male.
Con lo sberleffo a portata di click, però, al calduccio delle nostre case, con la nostra tazza di tè accanto al computer è tutto così facile, tutto così rilassante, tutto così funny. E allora click – share, click – commenta, click -reaction, click – tag. Click, click, click…

Ma ognuno di quei click, per quelle persone, perché sempre di persone si tratta, non di figurine su un monitor, ricordiamocelo, è stato uno schiaffo in piena faccia. Lo avrei dato uno schiaffo in piena faccia a uno di loro se li avessi visti ballare e cantare in modo ridicolo davanti a una webcam all’interno di un discutibilissimo progetto aziendale che, però, era quello della LORO azienda, nel LORO mondo, all’interno del quale potevano operare le LORO scelte e beccarsi, nel caso, le prese in giro dei LORO colleghi? Lo avresti fatto tu? Io credo proprio di no.

E allora, da ora in poi, prima di fare click, conterò fino a dieci. E poi, mi auguro, starò zitta.

Il web per i ragazzi – un quadro senza cornice

Da sempre ho la sensazione che non sia una buona idea concedere a dei bambini/ragazzini uno smartphone tutto loro, ma fino ad oggi attribuivo questa mia paura a ragioni di mera sicurezza: facile accesso a contenuti pornografici online, facile possibilità di adescamento per pedofili e affini, eccetera.
Ho sempre saputo, tuttavia, che in me aleggiava anche una sensazione diversa, sottesa alla mia ritrosia, ma non sapevo darle un nome preciso. Ci ha pensato Gregory Bateson con le sue cornici.

Per poter operare, la mente necessita di un inquadramento, di una cornice, che la informi su come devono essere intesi i messaggi, ad esempio se in senso letterale o metaforico, reale o fantastico, veritiero o simulato, ecc. Questo inquadramento è fornito dai messaggi metacomunicativi.

Ecco, nel web, e nei social in particolare, questa cornice non esiste. Non si capisce cosa siano le cose, perché non esiste confine tra l’una e l’altra. Non c’è discontinuità tra una fake news e una notizia seria, non c’è divisione tra opinioni e fatti, non c’è segmentazione tra argomenti. Non ci sono frame, appunto. Ma la comunicazione e il flusso di informazioni si distendono lungo un continuum che il bambino/ragazzino non è in grado di distinguere, di sezionare, di collocare.

Quando il bambino è in classe, per esempio, gli è molto chiaro che quel luogo e quel tempo sono diversi dai luoghi e dal tempo che vive a casa. Gli è molto chiaro quale tipo di comportamento è opportuno tenere in quel frangente, all’interno di quella cornice. Quando è con mamma e papà il bambino, opportunamente guidato, è in grado di distinguere il tempo del gioco da quello dello studio, da quello in cui si guardano i cartoni animati o i programmi che mamma e papà consentono di vedere.

Ma quando si trova all’interno del web, o all’interno di un social network, chi lo aiuta a distinguere spazi e tempi? Il video di un attentato accaduto, poniamo, due anni fa, a Londra, potrebbe capitare sotto gli occhi di nostro figlio oggi. Siamo sicuri che sia in grado di comprendere che quell’avvenimento è già passato, e si è svolto lontano da lui?
Siamo certi che per lui il concetto di distanza spazio temporale sia così semplice da afferrare? E come questo esempio ce ne potrebbero essere molti altri.

Questo flusso provoca nella mente del bambino confusione, distrazione, disorientamento e anche angoscia. Il bambino, privo di quel sostegno necessario per la sua giovane mente che lo aiuta a discernere, a sviluppare un solido spirito critico, a comprendere dove finisca la burla e dove inizi l’informazione si trova sperso in questo mare magnum di opportunità, con la sensazione perenne di non riuscire a coglierle fino in fondo.
Ed ecco fiorire sui quotidiani storie di nuove patologie che colpiscono, guarda caso, gli adolescenti: senso di solitudine estrema, bisogno di isolamento, disturbi della psiche, aumento dei disturbi alimentari e chi più ne ha più ne metta.

Soli, sebbene connessi.

Rompere questo muro di solitudine, però spetta a noi genitori. Sarebbe bene resistere, sarebbe opportuno, prima di regalare uno smartphone ai nostri figli, intraprendere un percorso di formazione e di utilizzo da fare insieme, per accompagnarli in questo percorso. Non importa quanto possa essere dura, non importa quanto penseranno di odiarci. Ci sono NO troppo importanti, ai quali non possiamo abdicare in nome del “così fan tutti”.

Essere nativi digitali significa solo saperlo usare bene uno smartphone, ma non significa affatto essere pronti a digerirne il contenuto.

Social media, ritualità e percezione del sè

Abituati come siamo a vivere immersi nel contesto dei social network, o dei social media più in generale, immaginiamo che essi rappresentino per l’individuo quanto di più vicino alla verità e alla trasparenza ci sia, essendo il loro principale scopo, quantomeno dichiarato, quello di catturare momenti di quotidianità o relazioni intime di ciascuno di noi.

In realtà, però, questo approccio e questo modus vivendi ha delle conseguenze psicologiche che sottovalutiamo tutti, io in primis e sulle quali invece ultimamente mi fermo a riflettere. Sarà l’età.

È come se muovendoci all’interno dei social vivessimo una continua rappresentazione teatrale di noi stessi e del nostro microcosmo, da protagonisti, e assistessimo, da spettatori, alla rappresentazione teatrale della vita degli altri.

Perché, diciamolo, nessuno di noi pubblica le proprie foto dei momenti no, quelli in cui vorresti spaccare tutto, quelle in cui hai il brufolo sul naso o sei in piena sindrome premestruale. No, quello che tendiamo a fare è mostrare la parte migliore di noi. Pensiamo che quello sia teatro. Ebbene, temo non lo sia.

Il teatro, per sua natura, è il luogo delle espressioni oggettive, espressioni rappresentate, non esposte. Nel teatro azioni e sentimenti possono essere rappresentati dall’attore e letti dallo spettatore, vi è una costruzione semantica e narrativa ben precisa che comincia da un punto e giunge ad un altro, dispiegando il racconto lungo un filo a volte lineare a volte no, ma pur sempre un filo, una guida.

Quello che viviamo quotidianamente, invece, non è rappresentazione. È esposizione puntiforme di momenti che ci appartengono, di persone cui siamo legati, di luoghi od oggetti che amiamo. È, più sinteticamente, mercato. È la mercificazione (dal momento che su questo le aziende e i social fanno business) di noi stessi, dei nostri gusti, dei nostri interessi. E in effetti, se ben ci pensate, è il mercato il luogo dell’esposizione per eccellenza.

Non solo, ma questa prossimità digitale ed espositiva che abbiamo costruito, attraverso algoritmi che ci propongono informazioni e notizie costruite sui nostri gusti e sui nostri interessi, non fa che minimizzare le nostre possibilità di confronto e di cambiamento. La negatività, infatti, il confronto con ciò che non si conosce, con ciò che è diverso da noi, è l’elemento che fa scaturire l’evoluzione, il progresso anche intellettuale o emotivo. Ma la Rete, per come l’abbiamo costruita, è diventata non più solo una opportunità di apertura e conoscenza. La Rete che unisce si è trasformata in una rete che imbriglia, in una sfera percepita di intimità e di “benessere” che ci rassicuri.

L’interesse non è più verso la conoscenza, verso il sapere, verso “quello che ancora non so”, ma verso le persone e il loro social-show: cosa fanno, cosa dicono, chi conoscono. E questo produce, come conseguenza, in noi stessi, un obbligo continuo alla messa in scena, in quello che, ancora una volta, percepiamo teatro ma teatro non è.

Una buona conversazione passa per il suo contesto

Porteresti mai la gigantografia della foto del tuo meraviglioso pargoletto ad una conferenza sulla pianificazione finanziaria alla quale sei invitato come speaker?
Approfitteresti mai del microfono di un palco cui sei invitato a dissertare sul digital marketing per un breve (speriamo) comizio sulla situazione migranti in Italia? Penso di no.

Eppure, su Linkedin, è zeppo di post off-topic. Questo social è nato come strumento con un focus ben preciso: lavoro, networking, business.
Ebbene, non sento il bisogno di sapere quanto è carino tuo figlio per decidere di fare business con te, o di assumerti. Così come non voglio conoscere le tue opinioni politiche.

Quello che mi interessa è conoscere e approfondire le tue competenze e capire in che modo potresti essere utile a me, alla mia crescita personale o al raggiungimento dei miei obiettivi di business.

In una conversazione, e in particolare nella conversazione tra più persone, è sempre opportuno seguire 4 regole fondamentali, che sono poi le massime conversazionali di Grice:

  1. Qualità: cercare di usare il più possibile argomenti coinvolgenti, evitando banalità e stereotipi (“che bel tempo oggi”, “si stava meglio in passato”…) e dare sempre un contributo vero, in particolare:
    • Non dire cose che si credono false.
    • Non parlare di argomenti di cui non si ha una conoscenza adeguata.
  2. Quantità: dare sempre un contributo tale da soddisfare la richiesta di informazioni e, nello stesso tempo, non fornire più informazioni del necessario, per non monopolizzare la conversazione.
  3. Relazione: gli argomenti della conversazione devono essere pertinenti ed omogenei. È assolutamente sconveniente inserirsi fuori contesto nella conversazione, proponendo argomenti completamente diversi da quelli che erano trattati in quel momento.
  4. Modo: il galateo consiglia di abbondare con i termini di cortesia (graziepregoper favore…), in quanto sono sempre più rare le persone che fanno uso frequente di questi termini; occorre inoltre essere ordinati nell’esprimere le proprie opinioni ed evitare ambiguità ed oscurità di espressione.

Ora, la regola n. 4 magari non è così indispensabile in un social network come Linkedin ma un promemoria più generale specie di questi tempi non guasta mai. Insomma, cerchiamo tutti, lo dico a me per prima (a volte anche io ho sgarrato in questo senso), di stare “sul pezzo”.

Poter beneficiare di un luogo in cui confrontarsi senza troppa fuffa non ha prezzo, per tutto il resto, c’è Facebook.

Rumore

Sento un forte rumore di fondo. Sento troppo rumore di fondo, in effetti.
Ma quello che fino a ieri era solo un sovrapporsi di informazioni pressoché inutili è diventato, nel tempo, un susseguirsi di false informazioni, di bufale, di fake news insomma, giustificate e ampiamente condivise nel nome del diritto alla libertà di opinione. Diritto che difendo, ma se dici una fesseria, sebbene sia la tua opinione, fesseria rimane. Fonti perlomeno discutibili, titoli che gridano al clickbait, vengono condivisi migliaia di volte, arrivando a trasformare le bugie se non in verità certe quantomeno in punti di vista che vale la pena prendere in considerazione nell’ambito del dibattito, quale che sia l’argomento di discussione.

Ebbene, staccarsi da questo rumore di fondo, per chi fa il nostro mestiere, anche e soprattutto quando si sta sul web a titolo personale e non per lavoro, è sempre più difficile perché la tentazione di dare al pubblico quello che vuole (ricordate, lo dicevamo anche quando parlavamo della qualità di programmi televisivi di qualche anno fa) è forte, specie se si punta a risultati brillanti nel brevissimo periodo.

Mi domando, però, quanto questo sia giusto. E uso questa categoria morale non a caso. Perché esiste ancora una distinzione tra ciò che è giusto e ciò che non lo è. Inutile che ci raccontiamo il contrario. Esiste, dovremmo tenerla presente. Non si fonda su principi etici, non si fonda su convinzioni religiose, non ha radici nelle nostre opinioni personali. Insiste sulla nostra professionalità. Non possiamo, noi, esimerci dal porci domande. Dal controllare una fonte, dal fermarci un momento prima di condividere per pensare: Ho verificato? È credibile? Ha senso?
In fondo insegniamo ai nostri figli fin da piccoli che le bugie non si dicono, perché dovremmo dirle noi, anche solo attraverso un click di troppo sul tasto condividi?

Trovo che la nostra generazione ( e quella dei miei colleghi in particolare) stia riscoprendo, e me ne rallegro, il proprio ruolo in questa società. Trovo che i ragazzi di 40 anni, forse proprio perché sono diventati quasi tutti genitori e chi non lo è è comunque maturo abbastanza per capire di avere un valore al di là di se stesso, quando dotati degli strumenti intellettuali adeguati, possano e debbano essere portavoce di un modo vecchio di intendere l’informazione. Che non era un brutto modo. Era il modo dell’autorevolezza. Era il modo della verifica. Era il modo del conta fino a 10 e poi parla, e se non sei sicuro taci e studia.

Ecco, vorrei contribuire e proverò a farlo, a creare un mondo in cui anche sul web si recuperi un filo di credibilità. Non voglio entrare e non entrerò nei dibattiti dell’ultimo periodo, la mia scelta è di non condividere e non commentare le informazioni poco sicure, in modo da diminuire la loro visibilità. Una goccia nel mare? Forse. ma è la mia goccia.

E se non sono preparato? 4 piccoli trucchi per migliorare le tue presentazioni

È dai tempi delle medie che la domanda ci assilla. Prima dell’interrogazione, prima dell’esame, prima della partita di tennis che dobbiamo affrontare. Personalmente non ho mai avuto troppi problemi a non essere del tutto preparata. Anzi. A volte mi sembra, ma deve essere una attitudine molto radicata in noi per non trasformarsi in un incubo, che un minimo di impreparazione dia più pepe alla prova che siamo chiamati ad affrontare.

Ho detto un minimo, naturalmente. Penso che dovremmo allenarci tutti a non essere perfetti, a mettere in conto di non sapere cosa dire, cosa fare, come comportarci, in un certo momento. Non è sempre stato così, per me. Accettare un fallimento semplicemente non era una opzione. Tutto cambiò con un semplice esame all’università dove il professore, dopo un esame condotto in modo brillante dalla sottoscritta, all’ultima domanda si è sentito rispondere semplicemente “Non lo so“. Era basito. “Ma provi!” “Ma non lo so“.

Fu catartico. Non accadde nulla. Il mondo non si fermò, ebbi il mio dignitosissimo 27 che avrebbe potuto essere un 30 e lode ma pazienza e imparai la lezione più importante su me stessa. Non ero infallibile. Amen.

Oggi sono ancora un po’ secchiona, tendo a prepararmi abbastanza e continuo a studiare ma riesco ad essere più flessibile. Metto in conto che qualcosa possa andare storto ma siccome ancora non mi piace prima di un incontro o di una presentazione importante seguo alcune semplici regolette:

  1. Studio bene la presentazione slide per slide, anche a costo di farlo di notte o in treno durante il viaggio
  2. Mi appunto un piccolo discorso, specie per definire i punti di raccordo tra un argomento e l’altro, quelli che potrebbero sembrare poco fluidi o particolarmente funambolici e lo imparo quasi a memoria (non a memoria! ho detto quasi – prova a ripercorrerlo usando parole sempre diverse)
  3. Mi scrivo una serie di possibili domande da parte del mio interlocutore (non le azzecco mai tutte, ma l’esperienza aiuta e sono anziana) e preparo le risposte
  4. Metto sempre, sempre un tocco personale nella presentazione che faccio. Un aneddoto, una cosa che mi è accaduta mentre mi dirigevo all’appuntamento, qualcosa che possa far sentire l’altra persona (o le altre persone) a proprio agio e distendere il clima

Funziona? In genere sì. E se non funziona? Beh, in quel caso improvviso.