Quando pensiamo alle industry più responsabili del cambiamento climatico probabilmente ci immaginiamo un’azienda petrolifera. Oppure una miniera o una gigantesca fabbrica. Qualcosa di grosso che coinvolga ingegneria e mezzi pesanti, insomma.

Ma c’è un settore che non viene mai menzionato in quella lista, anche se ogni altro settore ne dipende. Un settore economico che apparentemente non produce nulla. Non ha magazzini, non ha fabbriche, ma funziona solo ed esclusivamente tramite i cervelli che lo popolano, i fogli Excel e le presentazioni Power Point.

Qual è questo settore misterioso? Il nostro, ovviamente. Le agenzie di advertising, le agenzie di PR.

Ma possiamo includere anche le grandi società di consulenza, i grandi studi legali, i lobbisti, allo stesso modo. Un settore che, nel suo complesso, vale circa 2 trilioni di dollari l’anno. Ebbene, qual è il nostro impatto complessivo sulla questione ecologica?

Quando parliamo di cambiamento climatico, ogni singola agenzia ha probabilmente una impronta ecologica simile a quella di un asilo di medie dimensioni. Ma noi facciamo muovere tutti gli altri ingranaggi, sosteniamo la crescita dei diversi settori e questo ci conferisce una influenza smisurata, che potrebbe portarci velocemente a risolvere il problema del cambiamento climatico o trasformarci nei primi artefici della distruzione definitiva dell’ambiente.

Naturalmente, non esiste un modo ufficiale per misurare l’impronta dell’influenza da parte dell’industria della comunicazione.

Attualmente si misurano solamente due tipologie di emissioni: quelle dirette e quelle indirette. Le prime riguardano, tipicamente, le emissioni delle fabbriche e l’energia che consumano. Ma le seconde riguardano, per esempio, il modo in cui le persone utilizzano il loro prodotto, il modo in cui questo si ricicla o non si ricicla, il funzionamento della loro supply chain. Tecnicamente noi non facciamo parte di tutto questo. Ma pensiamo un momento all’esempio che Solitaire Townsend ha riportato nel suo Ted Talk.

L’Associazione dei pubblicitari inglesi ha certificato che le emissioni dell’intera industry dell’advertising inglese, che vale circa 20 miliardi l’anno, sono pari a 1.1 milione di tonnellate. Ma analizzando una singola campagna realizzata per Audi, sono emersi risultati interessanti. La campagna, a detta dell’azienda e dell’agenzia partner, ha generato un incremento nelle vendite pari a quasi 1.8 miliardi di dollari. Ma se il conto è corretto, allora questa campagna ha anche generato un incremento pari a 5.1 miliardi di dollari di emissioni in più per Audi. Pertanto, c’è un rapporto di 1:5 tra l’impronta complessiva dell’industria della pubblicità e quella generata da una singola campagna efficace che l’industria dell’advertising idea e produce”.

È giunto il momento, per noi che lavoriamo in questo mondo, di prendere sul serio le nostre responsabilità quando parliamo di cambiamento climatico.

Nel nostro settore si trovano alcune tra le menti più innovative, sensibili, brillanti e creative di cui l’umanità dispone. E queste sono esattamente le competenze che servono per cambiare direzione sul tema del cambiamento climatico.

Di cosa abbiamo bisogno, dunque? Che queste persone speciali smettano di essere al servizio della distruzione e si mettano al servizio della soluzione. E se lavori nell’advertising, magari adesso cominci a sentirti un po’ poco a tuo agio. BENE. Capita anche a me.

È ora che tutti noi ci iniziamo a chiedere se stiamo mettendo il nostro talento al servizio delle persone giuste. Me lo chiedo io per prima: sto mettendo il mio talento al servizio delle cause o delle soluzioni al problema del cambiamento climatico? Sto usando le mie abilità per influenzare positivamente i miei clienti o solo per influenzare le persone che li criticano?

Siamo nel decennio delle soluzioni. Questo decennio deve esserlo.

E questo richiede uno straordinario sforzo di pianificazione finanziaria, di tutela legale, di supporto pubblico. E richiede uno strepitoso storytelling. Esattamente ciò che la nostra industry creativa può e deve offrire. E tu, vuoi essere parte del problema o parte della soluzione?

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