Ho una figlia di 10 anni che è attratta da Instagram.

La cosa non mi rende né felice né infelice, è un fatto. Esattamente come il fatto che oggi c’è il sole. Non posso farci niente, è naturale perché questo è uno strumento del suo tempo, le appartiene. Ma lei ha 10 anni e di questo strumento non può cogliere tutti gli aspetti, specie i più insidiosi. È recente una ricerca che dimostra come Instagram sia dannoso per la salute mentale delle ragazze.

E allora cosa fare? Proibire non rientra nei miei metodi educativi, perché sono convinta non funzioni. Ho scelto, invece, di spiegare. Utilizzandolo con lei.

Mia figlia non ha un account Instagram

No, non ha un account personale e non ha nemmeno un telefono. Sarebbe troppo presto e troppo pericoloso, ma ne parleremo un’altra volta. Usiamo invece il mio telefono, insieme, per guardare cose, le più varie. Intanto utilizziamo l’account del nostro cane (@miluwirefoxterrier). Non ha nemmeno un account TikTok, ca va sans dire.

È uno sbattimento cedere il mio telefono per consentirle di utilizzarlo per qualche momento ogni giorno? Sì, lo è. Ma è dannatamente più sicuro di dargliene in mano uno tutto suo, che possa usare in autonomia. Ci arriveremo, ci arriveremo in fretta ma proveremo ad arrivarci preparate.

I vantaggi di scorrere insieme il feed

La sera, magari quando ci stendiamo qualche momento insieme nel lettone prima di dormire, ci piace guardare reel o video che interessano a entrambe. Per la maggior parte sono video di cani o animali in genere, ma spesso le mostro anche qualche contenuto di amici che conosciamo o di qualche Influencer. Perché? Per spiegarle che Instagram è una “bugia”.

La realtà dei social non è la realtà

Vedere come tutto, sui social, appaia bello e patinato. Guardare come le persone tendano, mamma compresa, a pubblicare solo le cose belle che ci capitano, è un esercizio a mio avviso molto importante per rendere le nostre figlie consapevoli. Consapevoli del fatto che non sempre siamo tutti belli o tutti felici, ma che sarà molto difficile scegliere di condividere con il resto del mondo proprio i nostri momenti più bui. O quelli in cui non ci sentiamo al meglio.

Non è lo strumento che conta, ma l’utilizzo che se ne fa

I social non sono il male di per sé, così come non lo è nessuno strumento preso per quello che è: appunto, uno strumento. Anche un coltello lo puoi usare per affettare le zucchine o per ferire qualcuno. E allora, per me è importante farle vedere come le persone, spesso perfette sconosciute, siano cattive nel commentare le foto che vengono pubblicate, anche quelle delle sua beniamine che lei trova bellissime. Parlare di come quella persona si potrebbe sentire nel leggere certe parole, provare a empatizzare, per trasformarci in essere consapevoli e senzienti. Coscienti del fatto che anche (e soprattutto) protetti dall’anonimato di uno schermo e di una tastiera possiamo ferire. Possiamo fare del male. Possono farne a noi.

Sperimentare la gentilezza

A volte, proprio per insegnarle che le regole di condotta che le insegniamo nella vita vera valgono anche lì dentro, anche se sembra di guardare una specie di film a pezzettini, commentiamo o mettiamo cuoricini a destra e a manca, in una generosissima elargizione di amore e approvazione che, naturalmente, in alcuni casi mi scombina l’algoritmo, ma pazienza. E quando capita che la cantante famosa o l’attore a cui abbiamo mandato un messaggio carino metta un cuore o addirittura risponda, allora lei comprende che quelle non sono solo foto. Che dietro quelle foto ci sono delle persone. E che quelle persone è preferibile toccarle con un cuoricino, che con un commento antipatico o violento.

Quello che ti piace va bene, non deve per forza piacere anche a me

Naturalmente a 10 anni ha la sua cifra per interpretare il mondo. Si appassiona facilmente a cose che magari mi lasciano indifferente, nella migliore delle ipotesi, o interdetta, in altri casi. Ma va benissimo così. È più che giusto. In quei casi mi metto in modalità ascolto. Indago, chiedo con mille giri di parole, cerco di comprendere quali siano le sue “regole dell’attrazione”. Provo a sintonizzarmi sui suoi dieci anni e a immedesimarmi in questo momento così complicato di passaggio, in cui non si è né carne né pesce e si ha a disposizione un intero mondo di opportunità.

Per farle capire e sperimentare che quelle opportunità, la maggior parte della volte, non sono chiuse dentro uno smartphone, ma sono negli occhi delle persone con cui vai a vedere uno spettacolo a teatro, o con cui parli mentre mangi un gelato al sole.

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