Mai come in questi ultimi due anni ho provato avversione per le presentazioni. Mi riferisco a quelle lavorative, intendiamoci. Sì, perché ormai quando pronunciamo la parola presentazione pensiamo subito a un PowerPoint o a un Keynote. E, diciamocelo, non sempre con entusiasmo, anzi.

Di recente ho letto un interessante articolo su Alley Oop intitolato Fuga dal lavoro: perché la pandemia sta provocando le Grandi Dimissioni e mi sono trovata a riflettere non solo sulla quantità di tempo che passiamo a lavorare, specie da quando lo facciamo in smart working, ma anche sulla qualità di quello che facciamo.

Non so se avete presente quel vago senso di nausea che vi prende all’apertura del software, quando dovete mettervi lì a scrivere e a produrre slide che poi, chissà quando, qualcuno leggerà. Forse. E più sono meglio è, perché allora si vedrà quanto avete lavorato.

Ci hanno spiegato che un bel titolone lungo a caratteri grandi, tanto testo, bullet point con uno-due-tre livelli con il carattere sempre più piccolo, magari un paio di icone per visualizzare meglio il tutto sono la prova migliore di quanto produciamo, di quanto valiamo, sempre e solo all’interno dell’azienda, beninteso.
Per poi, orrore, magari metterci a leggere in sala riunioni (reale o virtuale che sia) parola per parola quello che abbiamo scritto sulla slide.
Ebbene, tutto questo a volte è davvero privo di senso, per come la vedo io.

Intanto, ogni giorno la gente nel mondo fa presentazioni, anche senza usare i due mostri sopra menzionati: è una presentazione quella che fa il venditore porta a porta, è una presentazione quella che fa il candidato durante un colloquio di lavoro, è una presentazione anche quella che fa l’alunno che risponde durante una interrogazione. Perché, al sunto, una presentazione è un momento di comunicazione in cui tu cerchi di convincere di qualcosa il tuo interlocutore: che si tratti di vendergli un prodotto o un servizio, di farti assumere o di rappresentargli una situazione o un’ipotesi di strategia, tutto è riconducibile al grande mondo delle presentazioni.

Ma le presentazioni, si sa, sono soldi

Sì, esatto. In genere le presentazioni di business sono collegate al denaro. Una buona presentazione, quando cerca di vendere qualcosa, può portare fatturato e nuovi clienti, quando cerca di rappresentare una situazione economica può condurre all’eleborazione di un piano strategico per fare meglio o per uscire da una crisi. Ma quando le presentazioni che girano in azienda sono troppe e spesso inutili, sono anche denaro sprecato a remunerare il tempo che i nostri collaboratori hanno impiegato nel progettarle e redigerle.

Eh sì, perché dietro quelle (spesso) orrende slide c’è un sacco di lavoro, e di tempo, inutilmente buttato. Release su release di cui, mi raccomando, teniamo traccia rinominando i file con data, nome del revisore e chi più ne ha più ne metta, sia mai che tra 10 anni dobbiamo andare a ripescare il colpevole di quello che è andato storto.
Dai, ditemi. A quante presentazioni di business avete assistito nella vostra vita? Di quante riuscite a ricordare qualcosa che vada oltre l’argomento in generale o il disperato bisogno di caffè per tenere gli occhi aperti? Quante volte, in una sala riunioni, vi siete sentiti coinvolti, ispirati o almeno sorpresi?

La mia proposta?

Pensiamoci bene prima di scrivere, o chiedere a qualcuno di scrivere, una presentazione. È effettivamente lo strumento che serve? È necessario mettere quelle informazioni su slide o un testo in una mail, o un documento articolato può raggiungere ugualmente lo scopo? Pensiamo al tempo che recuperiamo, sia per scriverla che per presentarla.

Pensiamo a quanto tempo recuperato per pensare.

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