Esistono innumerevoli versioni sull’origine del nome Black Friday e sul suo significato, alcune con un minimo appiglio storico, altre inventate di sana pianta. Una in particolare, però, mi sembra più interessante delle altre, perché mi aiuta a mettere in ordine i pensieri su un aspetto del Black Friday che mi lascia sempre un po’ interdetta.

Negli anni ’80 si diceva che il Black Friday si chiamava così perché era il giorno in cui sui libri contabili si cominciavano ad annotare i profitti in inchiostro nero, quando fino a quel momento le perdite erano state annotate in inchiostro rosso. Per certi negozianti infatti erano proprio gli acquisti dello shopping natalizio quelli che permettevano di chiudere il bilancio in attivo. In realtà, i media hanno sempre ingigantito la portata del Black Friday sulle vendite, che solo nel 2003, non prima, è arrivato in vetta alla classifica dei giorni in cui si vendeva di più. Fino ad allora a farla da padrone erano stati i giorni prenatalizi. Una profezia che si autoavvera, insomma.

Sul piano commerciale però, ed è una cosa su cui mi interrogo spesso, a me sembra che il Black Friday sia la massima espressione di una società fortemente impoverita.

Provo a spiegarmi. Un tempo Natale era il momento dell’anno in cui si spendeva di più, si cercavano regali e regalini, ci si concedeva quello sfizio speciale cui normalmente si rinunciava, si comprava la bottiglia buona. Il tutto non solo a prezzo pieno ma, spesso, a prezzo più alto del normale. Non è questa la sede in cui voglio analizzare se questo fosse giusto o meno (e non lo era) però è un fatto. Si comprava. Era Natale e il Natale significava shopping.

Oggi, già da metà Novembre si registra una contrazione dei consumi (che già diciamocelo non è che vadano al ritmo di un razzo) in attesa delle mirabolanti offerte del Black Friday. Quindi per due settimane i negozianti incassano poco o nulla a prezzo pieno, per poi vendere, o per meglio dire svendere, moltissimo in un solo giorno con le offerte del Black Friday.

Siamo proprio sicuri che questa cosa sia sinonimo di innovazione, di un marketing all’avanguardia e attento al consumatore, o che non sia piuttosto l’ennesima dimostrazione che l’attuale sistema di consumo non sta più in piedi, che si mantiene a stento cercando di compensare con i volumi una sempre più risicata marginalità?

Qual è il senso di fermare i consumi per buona parte di un intero mese, per poi farli esplodere, ripeto, in modo artefatto e costruito, nell’arco di un solo giorno o di un weekend? Non sono un’economista o un’analista dei consumi, ma questa cosa mi suona stravagante, poco logica oppure, e qui riuscirei a darle un senso più preciso, figlia di un tempo in cui o così, o non si vende nemmeno a Natale.

E se avessi ragione, di black non ci sarebbe solo il Friday.

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