Devo dire che seguo sempre con passione e con divertimento le incursioni di Taffo nell’attualità. Trovo che il modo che hanno di affrontare quello che accade, con la loro ironia a volte irriverente, a volte graffiante, sia sempre interessante.

Questa volta, però, forse hanno perso il senso della misura. Forse non sono riusciti a sintonizzarsi in modo appropriato sulla lunghezza d’onda di una sensibilità che sull’argomento violenza sulle donne è decisamente elevata.

Il visual pubblicato su Facebook identifica due tipologie di donne, secondo Taffo. Quelle che denunciano, e sono ancora vive, e quelle che non lo fanno, e sono rappresentate, ovviamente, con una bara.
A parte il fatto che, disgraziatamente, in questo Paese denunciare non ti mette al riparo da una fine tragica. Troppi sono stati gli esempi in questo senso.
Consideriamo poi che il visual può essere addirittura male interpretato, se osservato velocemente e se non si legge il testo sopra il post.
Infine, anche in quel caso, la percezione può essere che se una donna denuncia finisce in una bara. Ma più di ogni altra cosa c’è un tema che più di altri ha urtato la mia sensibilità.

Sotto questa distinzione, chi denuncia e chi non lo fa, c’è sottesa una accusa a quelle donne che, per i motivi più vari, non riescono a trovare la forza e il coraggio per denunciare.

Ripeto, le ragioni possono essere le più varie e personali: solitudine, mancato appoggio da parte della famiglia e della cerchia delle proprie conoscenze, fragilità psicologica, paura del giudizio altrui, pudore e chi più ne ha più ne metta.

Ecco, sono certa che nessuno nel team di Taffo avesse intenzione di muovere questa accusa. Sono certa, però, che non ci hanno fatto caso. E questo, a mio avviso, è il vero rischio dei social. Andare troppo veloci, non pensare, non riflettere abbastanza sulle conseguenze di ciò che si pubblica o che si dice. Ti sembra di avere trovato una buona chiave di interpretazione di questo giorno, ti sembra che sia forte, che sia potente e che possa diventare virale (la parola più abusata degli ultimi 10 anni), e certamente lo è.
Ma non ti sei fermato a valutare quale possa essere l’impatto su tutte le donne che, vedendo quel post, si sentono accusate di non essere abbastanza forti, abbastanza coraggiose, abbastanza tutto. E dell’impatto che vedere quella bara messa lì, a ricordare loro la fine che potrebbero fare, può avere sulla già precaria condizione psicologica in cui versano.

Ebbene, penso che questa sensibilità e questo livello di attenzione siano indispensabili quando si fa comunicazione su tematiche tanto delicate. Incomprensibile, a mio avviso, anche il commento a seguito delle numerose critiche ricevute.

Forse non è il caso di trattare i propri interlocutori come fossero così cretini da non aver capito il senso del messaggio. Forse, se quel messaggio è risultato sgradevole per un numero così elevato di persone, probabilmente le stesse che di solito, come accade a me, si divertono e condividono i tuoi post, magari una riflessione può essere fatta e si può persino arrivare a chiedere scusa. Ancora una volta, in questo commento, si evince il tentativo di virare verso l’empowerment delle donne che, secondo Taffo, leggendolo possono trovare la forza e la motivazione giusta per denunciare.
E quelle che, invece, leggendo questo post, si sentono spacciate perché incapaci di quella azione? Di loro non si parla.

Chiedere scusa non è mai segno di debolezza, anzi.

Si poteva scrivere lo stesso commento ma, magari, aggiungere una riga di attenzione per le persone che si sono sentite ferite o anche solo infastidite da questo tipo di comunicazione. Ripeto, ci sono argomenti sui quali bisogna andare cauti.

Stamattina compare questo post. Io direi che possiamo chiuderla qui.

A grande richiesta di pubblico: #GiornataMondialeControLaViolenzaSulleDonne

Gepostet von Taffo Funeral Services am Dienstag, 26. November 2019
Ma quando mai un uomo che ha usato violenza contro le donne è finito in una bara?

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