Oggi le piattaforme tecnologiche fanno a gara per conquistarsi l’attenzione dell’essere umano. È una competizione in cui perdiamo tutti. I risultati? Dipendenza, isolamento sociale, disinformazione, indignazione e polarizzazione politica. Tutto fa parte di un sistema interconnesso, che possiamo definire downgrading umano e che pone una minaccia all’esistenza dell’umanità così come la conosciamo.

Ma perché si parla di downgrading dell’umanità?
Il problema strisciante dell’impatto della tecnologia sulla società è che ci troviamo continuamente circondati da una serie di lamentele e scandali.
Dipendenza dalla tecnologia, oltraggio politico, manipolazione elettorale, depressione adolescenziale, polarizzazione delle opinioni, la scomparsa della verità e l’ascesa di una cultura della vanità e della micro-celebrità fino a poco tempo fa neppure teorizzabile. Tendiamo a pensarli come problemi separati tra loro e invece sono tutte questioni fortemente interconnesse che, prese nel loro complesso, stanno determinando il declassamento del genere umano.

Ed è proprio la competizione per la conquista della nostra attenzione la principale causa di questo downgrading. Più di due miliardi di persone, infatti, si ritrovano ogni giorno su piattaforme progettate non solo per catturare la nostra attenzione, ma per renderci desiderosi e dipendenti dall’attirare su di noi l’attenzione altrui. Una manipolazione psicologica con conseguenze ben più ampie di quelle che può aver avuto persino il cristianesimo, tanto per citare qualcosa la cui portata conosciamo tutti. Un tempo l’economia si basava sull’estrazione del petrolio, oggi si basa sull’estrazione dell’attenzione. La nostra attenzione.

Gli algoritmi propongono argomenti sempre più estremi e oltraggiosi per trattenerci incollati alle loro piattaforme e diventare utenti buoni per le inserzioni pubblicitarie. La tecnologia ci porta a diventare sempre più inclini all’indignazione, sfruttando la nostra debolezza. Del resto è risaputo che per sconfiggere qualcuno non è necessario sopraffarlo sui suoi punti di forza, ma è sufficiente colpirlo nei suoi punti di debolezza.

E così, mentre eravamo impegnati ad osservare e analizzare il momento in cui la tecnologia stava superando i limiti dell’essere umano e ci avrebbe rubato il lavoro, non ci siamo resi conto di quanto ci stesse invece fiaccando come esseri umani nel nostro complesso, colpendoci nei nostri punti deboli: paura, sdegno, vanità.
Nulla di nuovo, in effetti. Da sempre nella storia sono state queste le leve su cui fare breccia per controllare le persone. Ma la portata di questa manipolazione, attraverso la tecnologia, ha raggiunto proporzioni planetarie.

Ma come è potuto accadere? Come abbiamo potuto permettere che accadesse? In primis a causa del modello pubblicitario delle piattaforme stesse. Gratis è il modello di business più costoso che abbiamo mai creato. Stiamo liberamente ottenendo la distruzione della verità, siamo liberi di indignarci per la politica, siamo liberi di essere sempre più connessi e sempre più socialmente isolati, siamo liberi di lasciarci derubare del pensiero critico.
Invece di pagare giornalisti professionisti, il modello pubblicitario gratuito incentiva le piattaforme a ottenere lavoro gratuito dagli utenti, coinvolgendoli nell’attirare l’attenzione degli altri, e generare contenuti gratuiti. Invece che pagare redattori umani che scelgano che cosa diffondere e a chi, è molto più economico che siano gli algoritmi automatici ad abbinare contenuti salaci a un pubblico reattivo, sostituendo le redazioni con server farm prive di un’etica o di una morale. Non che le redazioni fossero mondi scevri di criticità e conflitti di interesse, intendiamoci, ma qui siamo a un altro livello.

I social media hanno creato un Frankenstein digitale fuori controllo. E non c’è modo di fermarlo. Questa è una sfida su base planetaria, da combattere in 100 lingue e più, dentro milioni di gruppi FB o canali Youtube all’interno dei quali vengono prodotte e pubblicate ore e ore di contenuti in ogni momento. Quante persone bisognerebbe assumere per svolgere davvero un controllo su questo? Diecimila? Centomila? Non esiste una grandezza capace di arginare questo fenomeno.

Dobbiamo quindi arrenderci? Penso di no. Penso che le strade possano essere di fatto due, agli antipodi. Da una parte, scegliere di chiamarci fuori da questo mondo e da questo gioco abbandonando i social e questo mondo fittizio e a volte un po’ ridicolo in cui ci siamo infilati tutti. Dall’altra rimanerci con il preciso compito di assumere comportamenti corretti, trasparenti, improntati alla verità e alla pacatezza, facendoci tramite in modo esplicito di un nuovo modo di interpretare la condivisione e lo scambio di opinioni. Smettendo di condividere, e quindi di amplificare, le notizie da clickbait o la battaglia politica costruita sulla derisione dell’avversario. Sforzandoci di argomentare, di pensare, di andare oltre al titolo prima di pigiare il bottone condividi.

Non è impossibile, sono fiduciosa su questo. Ma se il comportamento non parte dalle persone più consapevoli, più preparate, quelle a cui gli altri guardano come fonte di ispirazione e che tentano di emulare, il declino dell’essere umano sarà una realtà inevitabile.

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