Viviamo nel mondo del tutto e subito. Siamo abituati a parlare con qualcuno in Australia, adesso. A vedere la nostra serie preferita quando vogliamo, di giorno, di notte, durante la settimana, nel weekend. On demand.

Onestamente non sono così sicura che questo sia solo un bene. Mi spiego meglio. Esisteva un tempo, io sono abbastanza anziana da ricordamelo, in cui la tua serie del cuore era il giovedì sera alle 21. Solo il giovedì sera. Punto. O il venerdì. O qualunque altro giorno. Ma a quel giorno e a quell’ora. C’era una settimana per attendere la puntata, una settimana per parlarne con le amiche o gli amici che la seguivano come te, una settimana per gustarsi il tempo del desiderio, l’eccitazione della mattina in attesa di una serata sul divano, magari anche con un piccolo gruppo d’ascolto riunito per l’ occasione con due patatine e 4 birre. Era, anche quello, un modo per stare insieme. Per con-dividere le emozioni, le delusioni, le opinioni, i commenti. E poi tutti a casa, tutti alla stessa puntata, tutti allo stesso punto. Tutti insieme.

Uh, che palle, pensa te. Io adesso non potrei proprio vederla una serie in questo modo, con la vita che faccio! Meno male che c’è l’on demand! E poi condivido le mie opinioni con gli amici su Facebook o su Twitter!”. 

Vero, verissimo. Ma è proprio su questo che mi interrogo. Che vita facciamo? Posto che non sono una che si lamenta, per natura, e che “ah, ai miei tempi, Signora mia…” proprio come locuzione non mi appartiene, mi trovo sempre più spesso, sarà ancora una volta la vecchiaia, a riflettere sui ritmi che teniamo tutti quanti. E non sono sicura che siano quelli giusti. 

Sono una mamma, sono una moglie, sono una imprenditrice. Mi alzo la mattina alle 6 quando va bene e vado a letto presto perché arrivo la sera distrutta, quindi per quanto mi riguarda il solo fatto di vedere una puntata di una serie televisiva è un lusso, non certo un’abitudine. Ma detto questo, tutta questa disponibilità di qualunque cosa in qualunque momento produce sulla sottoscritta un solo risultato: la noia.

Apro Netflix, Amazon Prime Video, Sky on demand e mi rompo. Mi sembra che ci sia troppo di tutto, non so cosa scegliere, provo una cosa e se non mi appassiona nei primi 5 minuti passo oltre, ne provo un’altra e così via, in una fruizione bulimica e poco attenta oltre che poco paziente. Tanto posso sempre tornarci in un secondo momento. E invece poi non ci torno mai. È come quando sei a un buffet enorme e la sola vista del cibo ti da un senso di sazietà che ti impedisce di mangiare. A volte, poi, magari il cibo a disposizione è solo tanto ma non particolarmente buono o speciale. E allora l’alternativa è spiluccare di qua e di là solo per l’opportunità di farlo e magari dopo sentirsi solo appesantiti ma non certo soddisfatti, oppure non mangiare per niente perché tanto sai che quello che c’è a disposizione non ti piacerà particolarmente.

Per non parlare poi di quando tutto questo si trasferisce sul piano professionale. Abbiamo mai riflettuto veramente su cosa significhi e su cosa implichi questo concetto di on demand? Intendiamoci, è incredibilmente comodo quando sei tu a fruire di un servizio on demand. Ma c’è qualcuno che quel servizio te lo deve fornire, on demand. Significa che ci deve essere sempre qualcuno che ti risponde al telefono ad ogni ora per il customer care, che ci deve essere sempre qualcuno che ti aggiusta la caldaia, fosse anche la mattina di Natale (e dio sa quanto possa essere spiacevole trovarsi con la caldaia rotta la mattina di Natale).

Ma succede che, dal momento che la vita è una ruota, capiterà anche a te di stare dall’altra parte di questo on demand, e allora non sembrerà più così divertente. Mi rendo conto, ad esempio, che nel tempo il livello di esigenza da parte dei clienti è di molto aumentato, non in termini di qualità del lavoro svolto (magari!) ma in termini di tempo. Oggi devi essere super veloce sempre, rispondere sempre, esserci sempre. Ma siamo proprio sicuri che la qualità di quello che fai, del servizio che offri, non ne risenta? 

Siamo sicuri che il tutto e subito sia la risposta più intelligente sul lungo termine? E se invece le scelte fatte sulla scorta del tutto e subito rispondessero solo a un’esigenza momentanea senza una riflessione più approfondita, più esaustiva, che tenga conto di implicazioni e conseguenze, esattamente come potrebbe essere quella di una campagna elettorale dove dici qualsiasi cosa perché hai un obiettivo contingente, ovvero vincere le elezioni, ma poi le tue promesse potrebbero rivelarsi inutili sul lungo periodo, come accade per esempio quando poi ti trovi a governare (e di questo direi che siamo pieni di fulgidi esempi, più o meno recenti)?

Esiste una precisa categoria di persone che vive on demand e che non è in grado di vivere in altro modo: i bambini. Da quando nascono devono mangiare proprio quando hanno fame, devono dormire proprio quando hanno sonno, devono fare la cacca proprio quando ne hanno bisogno. E non possono aspettare, infatti usano il pannolino. Ma poi insegniamo loro ad allontanare le poppate, a prendere un ritmo, a fare il riposino a determinati orari e ad andare a letto la sera a una certa ora perché questo li fa stare bene. Imparano anche ad aspettare per fare pipì o cacca, per quanto noi genitori sappiamo che è un percorso non privo di insidie. 

Oltre a questo insegniamo loro la pazienza, insegniamo che bisogna aspettare, che non si può avere il tutto e subito. Come genitori siamo consapevoli che un bimbo accontentato su tutto immediatamente ha ottime possibilità di diventare un bambino infelice, perché gli avremo precluso il gusto del desiderio, il tempo dell’attesa. Ma cosa siamo noi adulti se non dei bambini cresciuti? Non è forse valido anche per noi tutto questo? Non sentite che vi manca qualcosa, proprio perché avete tutto e subito, sempre?

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