Il figlio è mio e lo gestisco io

Ha fatto molto clamore l’uscita di Flavio Briatore rispetto al fatto che il figlio Nathan Falco – 8 anni – non frequenterà l’Università, perché non serve. Lo formerà lui, dice. Perché non ha bisogno di uno che sia laureato ma di uno che porti avanti ciò che lui ha costruito.

Naturalmente, sui social si sono immediatamente create due tifoserie opposte:

  • bravo Flavione, hai ragione ma a che ca**o serve stare sui libri? Molto meglio l’Università della strada! Guarda tu dove sei arrivato senza perdere tempo sui libri.
  • La formazione prima di tutto, anche fine a se stessa, perché il valore dello studio, della fatica e dell’impegno sono ciò che ti costituisce come essere umano. Vuoi mettere aver ingurgitato migliaia di pagine di sapere certificato?

Ecco, per sgombrare il campo da equivoci sono tra coloro che rifarebbero l’università miliardi di volte. Mi è sempre piaciuto studiare, mi piacerebbe studiare ancora e gli anni dell’università sono tra i più intensi che abbia vissuto. Come diceva il mio relatore di tesi l’Università è quello che fai tra un esame e l’altro.

Ma vorrei soffermarmi un momento su un messaggio che io ho avvertito come uno stridore di gesso sulla lavagna e che è sotteso a quel titolo: mio figlio è mio, fa quello che dico io, la sua strada è segnata e decido io cosa sia meglio per lui. Sono io che posso insegnargli quello che gli serve, non ha bisogno di altro.

Ora, nessuno sano di mente sputerebbe su un impero economico come quello di Flavio Briatore. Sono certa che, studio o non studio, tenacia e impegno siano stati due ingredienti fondamentali del suo successo. Ma da genitore prima, e da imprenditrice poi, mi pongo un paio di domande: sei sicuro che tuo figlio desideri questo? Sei certo che questo sia il maggior bene per lui? Glielo hai chiesto? Ti interessa?
E poi: sei sicuro che il modo in cui hai gestito finora le tue imprese sia il migliore dei modi possibili? Non potrebbe darsi che ampliare la propria formazione, anche con un percorso di studi da affiancare alla tua formazione sul campo, potrebbe dare all’erede la facoltà di vedere le cose in modo diverso, più ampio, potrebbe dargli la necessaria fiducia per diventare un capitano e non solo un gregario?

Ecco, questo mi meraviglia. Una affermazione che può apparire solo come una critica al sistema, in alcuni tratti anche condivisibile, legata alla scarsa valorizzazione della laurea, a percorsi di studio ancora poco collegati con il mondo lavorativo (ma poi siamo sicuri che studiare non sia effettivamente più utile sul lungo termine anziché apprendere competenze pratiche?) a me è suonata come una dichiarazione di proprietà sul bene più prezioso che ci è dato di vivere: i nostri figli.
Ma ripeto, penso che i figli abbiamo il dono di viverli, di accompagnarli, di insegnar loro qualcosa e di apprendere da loro molto. Non sono, tuttavia, nostra proprietà. Non ci è dato di stabilire quali debbano essere i loro desideri, personali o professionali. Una affermazione come quella fatta da Briatore lo qualifica ai miei occhi come un pessimo padre, prima ancora che come un somaro.
O le due cose vanno di pari passo?

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