Ci manca il tempo

Mi manca il tempo era una delle mie frasi ricorrenti. Fortunatamente mi sono resa conto che così non è e che se qualcosa non la riesco a fare è perché non mi sono voluta organizzare per tempo o semplicemente perché non era poi così importante.
Ma non è questo tipo di tempo di cui vorrei parlare in questo post. Il tempo che manca, oggi, che MI manca, è il tempo del pensiero. Dell’elaborazione critica dell’informazione. Quel tempo in cui il dato si sedimenta, matura e produce (o non produce) le sue conseguenze.

È di questi giorni il caso ormai arcinoto del video, diventato virale, realizzato dai dipendenti di una filiale Banca Intesa di Castiglione delle Stiviere. Non linko il video, io sono una di quelle che negli anni Novanta quando al Karaoke di Fiorello si presentavano le signore stonate (questa non lo era di certo) cambiava canale per empatia. E che oggi, a quarant’anni suonati, fa lo stesso di fronte a uno qualunque degli squinternati che si presentano alle audizioni di X Factor (qui uno dei best di sempre, indimenticato e indimenticabile).

Proprio non ce la faccio, è più forte di me.

Non mi soffermerò quindi a definire i contorni del video, dei suoi partecipanti, della sua protagonista. Non la nominerò neppure. Non ha importanza. La sola cosa che mi preme dire è che la situazione di imbarazzo, frustrazione, vergogna che stanno vivendo quelle persone, perché questo sono prima che dipendenti di un’azienda o scarsissimi interpreti di canzoni e balletti di dubbio gusto, non si sarebbe dovuta verificare. E non si sarebbe dovuta verificare per almeno due ottime ragioni:

  1. Un tempo quel video, sul quale e del quale ho riso anche io, o meglio mi sono vergognata anche io, sarebbe rimasto confinato entro le grandi mura di un’azienda come Intesa, nell’ambito del contest aziendale riservato ai dipendenti per cui era stato realizzato.
  2. Oggi, anche di fronte a un contenuto di questo genere che, ripeto, si presta sicuramente al riso e al dileggio, sarebbe stata opportuna un briciolo di sensibilità e di consapevolezza in più da parte di tutti.

Ed ecco che torniamo al titolo di questo post. Ci manca il tempo. Ci manca il tempo per pensare, ci manca il tempo per riflettere, ci manca il tempo per immaginare le conseguenze delle nostre azioni sui social. Non credo, non voglio credere che tutte le persone che hanno condiviso, modificato, realizzato parodie e amplificato a dismisura la portata di quel contenuto siano tutte cattive e desiderose di ferire o fare del male. Tutt’altro. Ma il punto è proprio questo.

Quando devi deridere qualcuno in faccia, perché una situazione è imbarazzante o oggettivamente ridicola, guarda caso spesso non ridi. La reazione più comune è quella del voltare lo sguardo, nel tentativo di tenersi all’esterno di quella situazione, di non lasciarsi coinvolgere. Di aspettare che passi, senza che nessuno si faccia male.
Con lo sberleffo a portata di click, però, al calduccio delle nostre case, con la nostra tazza di tè accanto al computer è tutto così facile, tutto così rilassante, tutto così funny. E allora click – share, click – commenta, click -reaction, click – tag. Click, click, click…

Ma ognuno di quei click, per quelle persone, perché sempre di persone si tratta, non di figurine su un monitor, ricordiamocelo, è stato uno schiaffo in piena faccia. Lo avrei dato uno schiaffo in piena faccia a uno di loro se li avessi visti ballare e cantare in modo ridicolo davanti a una webcam all’interno di un discutibilissimo progetto aziendale che, però, era quello della LORO azienda, nel LORO mondo, all’interno del quale potevano operare le LORO scelte e beccarsi, nel caso, le prese in giro dei LORO colleghi? Lo avresti fatto tu? Io credo proprio di no.

E allora, da ora in poi, prima di fare click, conterò fino a dieci. E poi, mi auguro, starò zitta.

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