Il web per i ragazzi – un quadro senza cornice

Da sempre ho la sensazione che non sia una buona idea concedere a dei bambini/ragazzini uno smartphone tutto loro, ma fino ad oggi attribuivo questa mia paura a ragioni di mera sicurezza: facile accesso a contenuti pornografici online, facile possibilità di adescamento per pedofili e affini, eccetera.
Ho sempre saputo, tuttavia, che in me aleggiava anche una sensazione diversa, sottesa alla mia ritrosia, ma non sapevo darle un nome preciso. Ci ha pensato Gregory Bateson con le sue cornici.

Per poter operare, la mente necessita di un inquadramento, di una cornice, che la informi su come devono essere intesi i messaggi, ad esempio se in senso letterale o metaforico, reale o fantastico, veritiero o simulato, ecc. Questo inquadramento è fornito dai messaggi metacomunicativi.

Ecco, nel web, e nei social in particolare, questa cornice non esiste. Non si capisce cosa siano le cose, perché non esiste confine tra l’una e l’altra. Non c’è discontinuità tra una fake news e una notizia seria, non c’è divisione tra opinioni e fatti, non c’è segmentazione tra argomenti. Non ci sono frame, appunto. Ma la comunicazione e il flusso di informazioni si distendono lungo un continuum che il bambino/ragazzino non è in grado di distinguere, di sezionare, di collocare.

Quando il bambino è in classe, per esempio, gli è molto chiaro che quel luogo e quel tempo sono diversi dai luoghi e dal tempo che vive a casa. Gli è molto chiaro quale tipo di comportamento è opportuno tenere in quel frangente, all’interno di quella cornice. Quando è con mamma e papà il bambino, opportunamente guidato, è in grado di distinguere il tempo del gioco da quello dello studio, da quello in cui si guardano i cartoni animati o i programmi che mamma e papà consentono di vedere.

Ma quando si trova all’interno del web, o all’interno di un social network, chi lo aiuta a distinguere spazi e tempi? Il video di un attentato accaduto, poniamo, due anni fa, a Londra, potrebbe capitare sotto gli occhi di nostro figlio oggi. Siamo sicuri che sia in grado di comprendere che quell’avvenimento è già passato, e si è svolto lontano da lui?
Siamo certi che per lui il concetto di distanza spazio temporale sia così semplice da afferrare? E come questo esempio ce ne potrebbero essere molti altri.

Questo flusso provoca nella mente del bambino confusione, distrazione, disorientamento e anche angoscia. Il bambino, privo di quel sostegno necessario per la sua giovane mente che lo aiuta a discernere, a sviluppare un solido spirito critico, a comprendere dove finisca la burla e dove inizi l’informazione si trova sperso in questo mare magnum di opportunità, con la sensazione perenne di non riuscire a coglierle fino in fondo.
Ed ecco fiorire sui quotidiani storie di nuove patologie che colpiscono, guarda caso, gli adolescenti: senso di solitudine estrema, bisogno di isolamento, disturbi della psiche, aumento dei disturbi alimentari e chi più ne ha più ne metta.

Soli, sebbene connessi.

Rompere questo muro di solitudine, però spetta a noi genitori. Sarebbe bene resistere, sarebbe opportuno, prima di regalare uno smartphone ai nostri figli, intraprendere un percorso di formazione e di utilizzo da fare insieme, per accompagnarli in questo percorso. Non importa quanto possa essere dura, non importa quanto penseranno di odiarci. Ci sono NO troppo importanti, ai quali non possiamo abdicare in nome del “così fan tutti”.

Essere nativi digitali significa solo saperlo usare bene uno smartphone, ma non significa affatto essere pronti a digerirne il contenuto.

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