Il suono della violenza

Ieri notte Emma si è svegliata, io la sono andata a prendere per portarla nel lettone e non riuscivo a prendere sonno. Così ho acceso il telefono e ho iniziato a scorrere le notizie. Le immagini dell’attentato a Manchester già disponibili, l’incredulità di ogni nuova volta, mista a dolore, rabbia, senso di impotenza.

Leggere di 19 morti prima – 22 ora mentre scrivo – tra cui anche bambini lascia senza fiato e senza parole, sgomenti. Ma se possibile, dinanzi alla pari disperazione che ogni morte e che ogni gesto come questo provoca, c’è un aspetto della vicenda che mi uccide l’anima. Quelle bambine, come quella in questa foto presa dal sito de La Stampa e che oramai ha fatto il giro del web, erano andate a vedere il loro primo concerto, probabilmente, o uno dei primi della loro vita.

E non è stata interrotta bruscamente dall’esplosione, quella loro speciale esperienza. No, si è completata, stavano uscendo piene di emozione, di gioia, di quella sensazione di essere diventate grandi che danno solo certi momenti. Grandi, sì, ma nella stragrande maggioranza dei casi accanto alla loro mamma o al loro papà. Ed è proprio in quel momento, quello in cui stai gustando tutto il bello appena vissuto, che hanno scelto di colpire. Minando non solo la vita di molti innocenti, ma distruggendo per sempre quella libertà interiore che anche tutti gli altri stavano vivendo in quei momenti.

E forse lo scopo è proprio quello. Quello di rendere la nostra vita piena di paura nei momenti che dovrebbero essere i più belli. Quelli dell’aggregazione, della condivisione di passioni, del senso di appartenenza a una comunità legata da un comune sentire, fosse anche solo la musica di un cantante. Lo scopo è quello di farci pensare di non avere più il diritto di far crescere i nostri figli nella libertà, di non poter più vivere certe esperienze a cuor leggero. Di non poter più essere, di fatto, noi stessi. E questo mi disgusta, se possibile, più di ogni cosa.

 

 

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