Cos’è mai l’infamia se il denaro è al sicuro?

Così recitava Giovenale, un bel po’ di tempo fa.

A quale infamia mi riferisco? A quella di cui ormai siamo vittime e complici tutti, e che riguarda la proliferazione di contenuti falsi, mistificatori o deliberatamente inventati sul web per promuovere una posizione o un’altra. O per non fare né l’una né l’altra cosa, in effetti.
Si fa un gran parlare di fake news, di click baiting, di titoli sempre più sensazionalistici, di bufale un tanto al chilo. In effetti, bazzicando i social e i siti di news (testate autorevoli o blog più o meno famosi) da parecchi anni devo ammettere che nel corso del tempo l’escalation c’è stata e forse vale la pena di chiedersi perché.

Come si alimentano, nella stragrande maggioranza dei casi, queste piattaforme di distribuzione di notizie e informazioni, così come le testate giornalistiche che, partite magari dalla carta stampata (che oramai conta sempre meno pagine) sono approdate al web e hanno iniziato a fare i conti con la necessità di produrre un numero sempre maggiore di contenuti in tempi sempre più compressi?
Si alimentano con i ricavi pubblicitari.

E cosa determina il valore di un annuncio pubblicitario su un sito? Il numero di page views del sito medesimo. Più sono le pagine visualizzate sul sito, più ha la possibilità di vendere cara la sua pubblicità.

Che novità, vero? Sì, è così da sempre. Ma, c’è un MA. Qual è quell’elemento, quella moneta di scambio che fa lievitare il numero di pagine viste o di articoli letti? Questa moneta è l’eccitazione del lettore, sia essa determinata da elementi di violenza, di estremismo, di eccitazione o di indignazione non importa. La sua voglia di leggere, commentare e, auspicabilmente, condividere quel contenuto. Questo è il motivo per cui, specie ultimamente, ci imbattiamo sempre più spesso in titoli ultra-sensazionalistici che ci fanno venire una gran voglia di fare click.

E ancora più spesso quei titoli sono posti sotto forma di domande, quasi a darci l’impressione di dover/poter conoscere una verità che fino ad ora ci era rimasta celata. Ma non è così. La ragione di quei titoli posti in forma di domanda è che, in questo modo, chi redige quell’articolo, qualunque fesseria pubblichi, non può essere incolpato di menzogna, dal momento che si è limitato a porre una semplice domanda. Questo lo potrete verificare voi stessi analizzando solo un paio dei temi “caldi” di queste ultime settimane: vaccini e dieta gluten-free.

Ma prendete uno qualunque di questi titoli, poniamo, ad esempio: È vero che una dieta gluten-free è più salubre anche se non siete intolleranti al glutine?
Beh, clicchiamo per scoprirlo. L’articolo, spesso, risponde tra le righe no, certo che no. Ma intanto ci ha fatto fare un click e. se il sito è organizzato bene, accanto e al piede di quell’articolo ce ne saranno almeno altri 3 o 4 con titoli altrettanto accattivanti, pronti per farci fare un secondo e magari un terzo click. Ad ogni pagina, ad ogni click, nuovi annunci pubblicitari si caricano. Magari gli articoli non li abbiamo letti, magari ci siamo fermati annoiati alla terza riga ma questo all’editore non importa. Il suo scopo è raggiunto, può continuare a vendere a caro prezzo i propri spazi.

E non parliamo poi del cosiddetto engagement. Pensate per un momento quando qualcuno di questi pezzi, magari molto controverso o su un tema scottante, esempio i vaccini, postato all’interno di un blog, vi invoglia a esprimere un’opinione. A commentare. Per farlo, ci si deve registrare. Per registrarsi, si devono compiere almeno due o tre passaggi (che sono page view) all’interno dei quali vengono mostrati annunci pubblicitari. Poi bisognerà confermare la registrazione via mail, magari scegliendo di ricevere addirittura gli aggiornamenti quotidiani da quel sito (e allora cari miei, chi è causa del suo mal pianga se stesso) e cedendo i propri dati all’editore per passarli a terze parti che ci invieranno, a loro volta, della pubblicità sulla nostra casella di posta.

Questa cosa meravigliosa, che all’inizio sembrava la nuova frontiera della democrazia digitale, altro non è che la più pericolosa delle oligarchie. I nostri dati, i nostri click, le nostre view. Veniamo costantemente manipolati per denaro. Tutto il resto è storytelling.

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